RECENSIONI
SIEBERT R , Il razzismo. Il riconoscimento negato, Carocci, Roma, 2003
di Luigia Sommo
Renate Siebert, allieva di Adorno, insegna Sociologia del mutamento all’Università della Calabria. La sua attività scientifica e di ricerca si è concentrata soprattutto su questioni inerenti al mutamento sociale con una costante attenzione ai nessi fra mutamento strutturale, storico-sociale e politico e mutamento delle soggettività. Si occupa di questioni che riguardano sviluppo/sottosviluppo e rappresentazione sociale delle disuguaglianze, pregiudizio etnico e razzismo che, sul piano teorico, si collocano in una prospettiva postcoloniale; di questioni di genere e sessismo: generazioni e genere, mutamento dei ruoli sessuali e della condizione femminile, con approfondimenti sulle condizioni di vita e i ruoli delle donne in ambiente di mafia; di violenza mafiosa.
Dalla riflessione sulle opere di Frantz Fanon è nato l’interesse di Renate Siebert per le specifiche forme di alienazione che si producono nelle soggettività di individui che vivono in contesti segnati da discriminazioni etnocentriche e razziste. Il tema del pregiudizio - anche nelle sue forme meno esplicite - è stato centrale per la sua attività di ricerca ed una dei suoi primi lavori, presso Institut für Sozialforschung dell’Università di Frankfurt (Adorno, Habermas, von Friedeburg), è stato sulla rappresentazione delle problematiche inerenti allo sviluppo/sottosviluppo nei paesi del Terzo mondo e sulle forme di razzismo latente/manifesto che emergono dai libri di scuola dal 1955 al 1970.
Nell’attività di ricerca più recente questi temi sono stati ripresi nelle sue indagini sulle implicazioni del razzismo - nelle forme storiche del razzismo biologico e dell’antisemitismo, come nei “travestimenti” più recenti del differenzialismo - per gli sviluppi delle società multiculturali. Una prima riflessione si è concretizzata in questo testo, in cui l’autrice in stretta connessione teorica con le problematiche inerenti alle dinamiche tra disprezzo e riconoscimento privilegia l’esperienza (autobiografica e didattica)per trovare una chiave interpretativa adeguata.
Il tema centrale del libro è, come dice il titolo, il fenomeno del razzismo, di cui viene fatta un’analisi a tutto campo: “sfruttamento, ingiustizia, denigrazione, persecuzione, antisemitismo, genocidio“ che “ha assunto nel ventesimo secolo un ruolo cruciale e può essere considerato un’eredità che segna fortemente il presente e tende a ripresentarsi assumendo di volta in volta nuove espressioni”. In particolare nell’Italia di oggi, con il fenomeno dell’immigrazione, il razzismo si è posto come una questione cruciale, per lo sviluppo di fenomeni impensabili fino a poco tempo fa (sindaci che vietano agli immigrati di avvicinarsi alle chiese, incitamento all’odio razziale da parte di politici e giornalisti …).
Si tratta di un’opera fortemente interdisciplinare, che affronta tematiche psicologiche, psico-sociologiche, antropologiche, storiche, filosofiche, politologiche, ma soprattutto pedagogiche. Infatti obiettivo dichiarato del lavoro sono la comprensione e la decostruzione dei meccanismi di funzionamento del razzismo, nodo cruciale per la socializzazione, per l’educazione e per le relazioni tra generazioni. Non riguarda soltanto l’educazione che diamo ai nostri figli, ai giovani, agli studenti: socializzazione ed educazione sono processi che si protraggono per tutto il corso della vita.
Questo concetto di “disimparare” (unlearning), decostruire razzismo, pregiudizi e tutto ciò che associamo al fenomeno del razzismo (come persecuzione, ingiustizia, denigrazione, sfruttamento, antisemitismo, genocidio) viene sviluppato seguendo un tracciato originale, in un testo a più voci.
Il concetto di “unlearning” è stato coniato negli anni cinquanta da Raymond Williams che invita a “disimparare l’inerente atteggiamento di dominio” e usato in seguito spesso proprio in riferimento al razzismo. La femminista nera americana Bell Hooks e, con riferimento a lei, Laura Balbo, lavorano nella prospettiva di un cambiamento cognitivo attraverso la pratica dell’unlearning racism.
Questo processo può essere condotto scoprendo le radici dei sistemi di conoscenza cosiddetta “moderna” per esempio nelle pratiche coloniali, nella formazione dei nazionalismi, nella negazione dell’altro. Il compito pedagogico dell’unlearning - del processo del “disimparare” - mette in crisi le verità ricevute, che hanno la pretesa di essere scientifiche (come il razzismo ha avuto pretesa di essere scientifico), mentre invece si tratta di “senso comune”, determinato da quelli che sono i rapporti di dominazione di un gruppo sociale sull’altro.
Il processo pedagogico di unlearning racism richiede una ricerca su come si formano le idee razziste: è proprio la ricerca che Renate Siebert porta avanti nel suo libro, percorrendo la storia delle idee che hanno fatto la modernità.
Come giustamente scrive l’autrice, facendo riferimento ai principali studiosi del razzismo attuali, George Mosse, André Taguieff, Colette Guillemin, Annamaria Rivera, il razzismo è un fenomeno storicamente connesso con la modernità occidentale e va collocato non come storia di un’aberrazione del pensiero europeo, o di sporadici elementi di follia, ma come elemento essenziale dell’esperienza europea.
I razzismi mutano nel tempo, ma sono intrecciati con i processi storici e sociali tanto che riflettono alcuni tratti caratteristici di quelle che sono delle società “razzizzanti”. Anche questo concetto è estremamente importante: compito del pedagogista è infatti quello di individuare questi tratti delle società “razzizzanti”.
Renate Siebert analizza nel dettaglio l’esperienza della Germania, ma, giustamente, mette anche l’Italia di oggi tra le società razzizzanti: “Le opinioni e gli atti di razzismo che si verificano all’indirizzo di immigrati <extracomunitari> che iniziano a popolare anche questo paese rispecchiano la storia recente dell’Italia, vale a dire la mancata elaborazione autocritica delle proprie esperienze coloniali, da una parte, e fasciste dall’altra (le leggi razziali del 1938 e la collaborazione con il nazismo)” (p. 67).
Il razzismo è dunque un fenomeno connesso allo sviluppo della modernità: R. Siebert opta dunque per questo tipo di analisi rispetto ad una teoria antropologica del razzismo che lo considera un prolungamento dell’etnocentrismo, in un certo senso connaturato a tutti i gruppi. La teoria modernista, che l’Autrice riprende e sviluppa, fa invece riferimento al percorso della società occidentale a partire dal XVI secolo. I riferimenti di Siebert sono la scuola di Francoforte, nella fattispecie Horkheimer e Adorno, e la Dialettica dell’Illuminismo.
Il pensiero razzista, anche se nei vari paesi assume forme diverse, ha una comune caratteristica: la messa in questione dell’unità del genere umano. I limiti dell’Illuminismo si svelano nei processi di dominio sulla natura, i quali, nel nome della ragione e della libertà, incentivano esattamente quelle forze che a tali libertà impediscono di realizzarsi. In Dialettica dell’Illuminismo, Horkheimer e Adorno analizzano le conseguenze drammatiche della sopraffazione della natura da parte dell’uomo e rintracciano le conseguenze della feticizzazione del dominio sulla natura nell’ideologia e nella violenza razzista: “Dove il dominio della natura è la vera meta, l’inferiorità biologica rimane lo stigma per eccellenza, la debolezza impressa dalla natura la cicatrice che invita alla violenza” (p. 72). E “l’Illuminismo, l’enfasi della cultura occidentale riguardo alla ragione, la celebrazione dell’individuo e della cittadinanza coincidono con periodo in cui l’occidente ha prodotto anche una tutt’altra storia di sé attraverso le conquiste territoriali e l’imposizione violenta delle relazioni coloniali”. L’occidente da cui nascono democrazia e modernità si dipana come potere dispotico (p. 160).
Un altro riferimento di R. Siebert è la studiosa francese Colette Guillemin, che ha messo in luce l’ambivalenza della scienza, come discorso e come tecnologia. Non si tratta ovviamente della scienza come ricerca scientifica, ma dello scientismo, denunciato anche da Taguieff, come il tradizionalismo della modernità.
“Le ideologie popolari razziste dell’Ottocento crearono forme settarie di fede che venivano legittimate attraverso il ricorso alla scienza.” Queste ideologie popolari razziste rispondevano comunque ad un bisogno di tipo politico: una reazione angosciata alla grande utopia della rivoluzione borghese e dell’Illuminismo, quella della libertà, dell’uguaglianza e della fraternità.
L’Autrice riprende a questo punto l’analisi di Hannah Arendt (p.74): “La grande avventura dell’epoca moderna è che per la prima volta l’uomo si trova di fronte all’uomo senza la protezione di circostanze e condizioni diverse. Gli aspetti pericolosi di tale avventura si manifestano anzitutto nell’odio razziale, perché esso riguarda una di quelle differenze naturali che nessun mutamento o livellamento di condizioni può attenuare. Il razzismo è fra l’altro la reazione all’esigenza, posta dal concetto di eguaglianza, di riconoscere ogni individuo come un mio pari; ecco perché i conflitti tra gruppi diversi, che per qualche ragione sono restii a concedersi questa eguaglianza fondamentale, assumono forme così terribili e crudeli”.
Se l’Olocausto, con la sua enorme tragedia, ha tolto le basi scientiste al razzismo, il bisogno di distinguere, classificare, discriminare ha assunto oggi le forme del razzismo differenzialista, ampiamente analizzato da Taguieff, a cui Renate Siebert fa riferimento per spiegare i processi di oggi: razzismo che si basa sulla differenza culturale e che colpisce oggi soprattutto le popolazioni immigrate.
La questione della differenza culturale e non biologica, come base del razzismo, rinvia poi ad un altro fenomeno della modernità occidentale che l’Autrice analizza: il nazionalismo ed i suoi rapporti con l’etnicità.
Per l’analisi del nazionalismo, i riferimenti sono Baumann, Gellner e Balibar. La formazione dello Stato nazionale incentiva l’omogeneità etnica, religiosa, linguistica e culturale che creano una memoria collettiva comune.
La questione della formazione degli stati nazionali rinvia a diversi problemi: intanto vi è la deriva del nazionalismo europeo nell’imperialismo, che ha avuto senz’altro come conseguenza uno sviluppo del razzismo nei processi coloniali. I nessi tra nazionalismo, colonialismo e stato nazionale, sono comunque estremamente complessi, come Siebert mostra, facendo riferimento ad Hannah Arendt. In questo senso, è estremamente importante vedere anche le specificità, all’interno dei singoli stati nazionali, come Siebert fa analizzando il caso tedesco, dove si è attuato un regime totalitario razzista.
All’analisi dell’Olocausto-Shoah è dedicata un’ampia parte del libro ed una riflessione che collega l’olocausto a precisi processi di burocratizzazione e disumanizzazione.
Siebert cita Modernità e Olocausto di Z. Bauman che centra la sua analisi sui processi di burocrazia che “consistono da una parte, nella creazione di concatenazioni di procedure neutre e spersonalizzate e, dall’altra, nella produzione sociale dell’indifferenza morale”. Occorre riflettere sull’intero sistema che ha prodotto l’olocausto, non sono i sentimenti negativi che possono spiegarlo. Il solo antisemitismo non fornisce la spiegazione dell’olocausto. Sono le condizioni che caratterizzano la modernità occidentale che “consentono di programmare e mettere in opera uno sterminio di massa perpetrato con mezzi burocratici, con la razionalità dei fini, con calcolo matematico e circondato dall’indifferenza fredda per le vittime disumanizzate” (p. 127) . La soppressione di persone handicappate fisicamente e di malati di mente “ariani” – che ha preceduto l’Olocausto – denota lo stesso approccio ingegneristico di cui parla Bauman quando paragona la cultura moderna ad una <cultura del giardinaggio>: il mondo ideale che deve essere costruito deve essere conforme ai canoni di una bellezza superiore, il genocidio moderno diventa un elemento di ingegneria sociale mirante a realizzare un ordine conforme al progetto della società “perfetta” (p. 128).
C’è comunque una problematica altrettanto ampia e complessa che riguarda la questione dello stato nazionale ed il razzismo, ed è la questione della cittadinanza. “La nazionalità vale come segno di appartenenza alla comunità nazionale ed è strettamente connessa con la cittadinanza: Sotto questo profilo l’idea di universalità della cittadinanza, presente nella nostra civiltà a partire dalla filosofia dei Lumi, si scontra con la diffusa identificazione fra cittadinanza e nazionalità, oggi messa fortemente in crisi dai fenomeni migratori” (p. 93).
La questione della cittadinanza universale e non più legata alla nazionalità si pone fortemente in relazione ai movimenti migratori di oggi, ed alla riduzione degli immigrati a non-persone perché privi di diritti, perché non inclusi.
Su questo punto, Siebert cita le teorie di Ferrajoli che parte dal presupposto che i confini nazionali, nei processi globali che caratterizzano il tempo presente, non possono più rappresentare un punto fermo per chi vuole pensare al futuro partendo dall’assunto che i diritti fondamentali devono universalmente accordati a tutti gli esseri umani in qualità di “persone” (p. 154).
E’ questa la parte propositiva, che, dopo l’unlearning racism ci conduce verso un nuovo universalismo.
La sua tesi di laurea: Kolonialismus und Entfremdung – zur politischen Teorie Frantz Fanons, pubblicata da Europäische Verglagsanstalt, Frankfurt/Main, 1969. Traduzione italiana: Il pensiero di Frantz Fanon e la teoria dei rapporti tra colonialismo e alienazione, Feltrinelli, Milano, 1970
In Horkheimer M., Adorno T.W., Dialettica dell’Illuminismo, Einaudi, Torino, 1966 (ed. or. 1947), p. 265.
In Arendt H., Le origini del totalitarismo, Edizioni di Comunità, Torino, 1996 (ed. or. 1951), p.77.
Bauman Z., Modernità e Olocausto, Il Mulino, Bologna, 1992 (ed. or. 1989), p. 73-74.