RECENSIONI
Colapietro Viviana,
La maschera e la soglia. L'oltre e l'altrove dell'educazione in etā adulta, FrancoAngeli, Milano, 2004
di Maria Ermelinda De Carlo
La condizione frammentata dell’uomo adulto, con il suo sé sempre più frantumato, logoro, violato, in una parola “de-soggettivato”, rende necessaria l’esigenza metodologica di una rivisitazione/ rivalutazione qualitativa dell’epistemologia dell’Eda.
Pur riconoscendo l’alto valore dell’Educazione degli Adulti nel momento della sua genesi, Viviana Colapietro, concordando con l’approccio sistemico di Demetrio, intende superare la tradizionale monodimensionalità dell’identità adulta, ri-conoscendo e ri-scoprendo, oltre l’immagine riflessa di maschera adulta, funzionale ai bisogni della società, l’adulto come soggetto in sé e come soggetto-oggetto del reale, multiplo, “de-stabilizzato”, sintesi di contraddizioni, che disperatamente tenta di darsi una forma e di “raccogliere i segmenti dispersi lungo tutto il corso della propria esistenza”.
L’adulto viene presentato tra problematicismo e riflessività attraverso un itinerario teoria-prassi-teoria che vuole ri-costruire i paradigmi rappresentativi dell’età adulta.
Il volume costituisce un pre-testo alla riflessione, un tentativo di “ridare esistenza e consistenza all’adulto”, un invito ad oltrepassare quella che l’autrice chiama “soglia”, che costituisce il limite della felicità e della libertà, in nome di un utilitarismo economico-aziendale, che ha segnato l’era dell’omologazione tecnologica.
La necessità di una differenziazione e personalizzazione dei percorsi educativi, anche in età adulta, comporta una riformulazione degli assunti teorici del sapere pedagogico a favore di itinerari critico-analitici, che mirano alla valorizzazione del soggetto, portavoce di libertà interiore, prendendo le distanze dai processi di identificazione collettiva.
Si tratta di una ricerca integrata tra piano formale, informale e non formale che consente di restituire, in contesti narrativi, valore e identità all’adulto e al suo essere nel mondo.
Ricollegandosi e riprendendo teorie e paradigmi di autori come Banfi, rivisitato da Bertin, Hurssel, rivisitato da Nietzsche, fino a Demetrio, Viviana Colapietro propone una valorizzazione dell’alfabeto emotivo, come una delle strade possibili per ripercorrere luoghi e non luoghi del mondo adulto, ripensato all’interno di un contesto sempre più planetario, ma poco attento ai bisogni del singolo.
La ri-costruzione dell’archeologia dei vissuti attraverso la memoria e, dunque la narrazione, rappresenta un tentativo di ri-collocare il soggetto tra senso e mondo d’oggi, per evitare il rischio di uno “svuotamento del soggetto”, di “perdita di significazione”, di “sentirsi straniero a se stesso” in un contesto di “omologazione imposta”.
In un mondo, dove la comunicazione face to face ha lasciato il posto all’anonimato, “che stravolge il senso e il significato della comunicazione”, espressione di un falso dilemma tra cultura della libertà e globalizzazione di mercato, l’Eda, in quanto life long oriented deve consentire al soggetto di di-svelarsi, di ri-appropriarsi dell’oltre e dell’altrove che nel testo sono l’immagine della libertà autentica.
In un ambiente globale, senza confini, dove il soggetto per sopravvivere è costretto a proiettare il suo sé, presentandolo a se stesso e agli altri come un estraneo a sé, e quindi un altro da sé, anche l’idea di libertà e felicità appaiono distorte.
L’Autrice prende, infatti, atto che oggi la libertà è scambiata per assenza di vincoli e di limiti, mentre l’idea di felicità oggi lascia il posto ad un vuoto riempito con amarezza da “una passione generalizzata per il benessere”.
Nel testo vengono analizzati i complessi legami tra adulto e libertà, come ricerca di un rapporto e tra adulto e felicità, come ricerca di esistenza.
Libertà e felicità diventano due sistemi di riferimento importanti in cui “si sgomitola” l’Educazione dell’adulto e per l’adulto del nostro secolo.
“Libertà come azione, atto affermativo che si realizza nella relazione con l’altro e che dà al soggetto la possibilità di essere nel non luogo e di esistere nel luogo (globale e locale): un lasciar essere che rappresenti non la manipolazione o peggio ancora l’oppressione dei più deboli, quindi anche dei giovani rispetto agli adulti, ma un lasciar che tu sia” (Colapietro).
“Felicità come capacità intrasoggettiva di pensare per differenze e di scoprire con piacere che in fondo siamo inafferrabili persino a noi stessi; felicità come libertà di interpretarci quando conoscenza e coscienza interagiscono al fine di conferir all’uomo plasticità e apertura a infinite altre possibilità” (Colapietro).
L’ultima sezione del testo offre un tracciato nuovo di ricerca per l’Eda, che nell’era dell’evoluzione tecnologica deve necessariamente e inevitabilmente aprirsi a forme di espressione e di comunicazione non convenzionali, ma simboliche.
L’Autrice affida il compito di com-prendere la realtà interione ed esteriore oltre la soglia dell’adulto, ai miti, alle metafore, ai colori, ai suoni, ai silenzi, alle scenografie, ai chiaroscuro.
L’autobiografia dell’immagine diventa, quindi, un percorso metodologico formativo in grado di restituire all’uomo l’uomo, di ri-costruire e ri-percorrere “il tracciato di ciascun io, alla ricerca del suo divenire adulto”, di ri-trovare “nelle ormai abbandonate memorie quegli “io” di cui non abbiamo più ricordo”.
La grande scommessa dell’Eda è ri-costruire una soggettività sulla base dell’autocoscienza e delle singole esistenze frantumate, tenendo conto che la capacità di autocostruzione in età adultà è capacità di osservazione, lettura e interpretazione del simbolo alla quale si giunge attraverso un percorso logico-emotivo personale di diritto estetico alla diversità” (Colapietro).