RECENSIONI
Bauman, Zygmunt, Vite di scarto, Roma-Bari, Laterza, 2005
di Giovanna Del Gobbo
Comunità di Malynce, Dipartimento di Leon, Nicaragua. Inadeguate strutture di legno sorreggono teli di nylon e cartoni, quando va meglio lamiere: sono le “abitazioni” di una comunità di deplasados, profughi dell’Uragano Mitch e dell’ultima eruzione vulcanica di uno dei “coni” che caratterizzano il profilo della regione; non ci sono strade, ne’ luce, un solo pozzo per oltre 40 famiglie; circa 300 persone vivono nella comunità e il 60% sono bambini.
Stazione Ferroviaria di Firenze, una tra le tanti possibili dell’Europa civilizzata. Cartoni, giornali e coperte fingono un letto per homeless.
Uno dei Ponti del Tevere a Roma. Baracche di varia forma offrono riparo a gruppi di immigrati provenienti dai tanti Paesi che non sanno e non possono più offrire una soluzione locale ai problemi dell’esistere.
Solo alcuni esempi di “vite di scarto” e, si potrebbe aggiungere, tra “scarti”: è estremamente dura la definizione di situazioni come queste, che può derivare dall’ultima lucida analisi di Bauman del mondo contemporaneo. Il problema dell’esclusione sociale, dell’emarginazione, fenomeni che sempre di più e in forme diverse stanno caratterizzando il presente, vengono interpretati dall’autore utilizzando la categoria del “rifiuto”. Rifiuto in una duplice valenza: di oggetto, come scarto, residuo da smaltire, ma anche come azione, di rifiuto di vedere, di affrontare con consapevolezza e senso critico i problemi reali.
Il libro si apre con il riferimento a due delle città bizzarre che Italo Calvino evoca nelle Città invisibili: Aglaura e Leonia. Gli abitanti della prima parlano molto della loro città, la costruiscono, si potrebbe dire virtualmente attraverso un linguaggio che intende dar forma a ciò che nella città relae non c’è: finiscono per credere di abitare in una “Aglaura che cresce solo sul nome di Aglaura e non si accorgono dell’Aglaura che cresce in terra”. Gli abitanti di Leonia hanno bisogno sempre e solo di cose nuove e diverse e mentre i Leoniani vivono della loro caccia alle novità, crescono intorno alla città montagne di rifiuti indistruttibili. Ma quello che importa è il rito di purificazione e rinnovamento che ogni giorno si realizza: la raccolta e lo smaltimento dei rifiuti, sono problemi tecnici.
Attraverso il paradigma, se così si può definire, della modernizzazione e della sua dimensione globale, che Bauman invita a riflettere: su questi problemi, che solo tecnici non sono. Parlando degli scarti della nostra società: scarti oggettuali, scarti di conoscenze, soprattutto scarti di vite. I rifiuti umani, come nel testo vengono definite le “vittime collaterali” non sempre intenzionali e non pianificate del progresso economico.
In questo senso, considerata come attività secondaria, indiretta del progresso economico, la produzione di rifiuti umani potrebbe avere tutte le caratteristiche per essere trattata in modo impersonale, tecnico. Condizioni di scambio, domanda di mercato, pressioni concorrenziali, requisiti di produttività ed efficienza sembrano essere gli attori di questo dramma che nega così la responsabilità di intenzioni, di volontà, decisioni e iniziative di esseri umani reali, “dotati di nome e cognome”. Le cause dell’esclusione possono essere varie, ma per chi si ritrova escluso le conseguenze non cambiano. Privati di uno status sociale definito, considerati superflui, eccedenti dal punto di vista della produzione materiale e intellettuale, finiscono loro stessi per considerarsi tali: spogliati della sicurezza di sé e dell’autostima necessari per sostenere la sopravvivenza sociale, spesso arresi ad una sorta di verdetto della loro inferiorità. Schiacciati dall’effetto “specchio”, dall’immagine che la società rimanda loro. E’ sul pronome “loro” che si sofferma anche Bauman: immigrati, rifugiati, richiedenti asilo, profughi. Ma anche altre categorie che appartengono alla società occidentale, alla cultura occidentale, sono ormai a rischio, sono vulnerabili: i lavoratori a cui è richiesta estrema “flessibilità”, i giovani che si trovano nella condizione di disoccupazione. Scorie che hanno accompagnato fin dall’inizio la produzione.
L’analisi si sofferma tuttavia, maggiormente su quei “loro” che appaiono più differenziati rispetto ad un “noi”: popoli e culture, quantità sempre crescente di persone che sono state private dei loro modi e mezzi di sopravvivenza sia nel senso biologico, sia socio-culturale della parola.
Sono coloro che prorompono in un mondo che viene creduto “ordinato”, come per gli abitanti di Aglaura. Sono i responsabili di un dis-ordine che mette in crisi l’immagine “rassettata” del mondo, mondo che richiede ed esige di essere gestito secondo modalità acquisite, consolidate, potremmo dire “a priori”, appartenenti ad un dover essere che rimanda esclusivamente al modello di cultura occidentale.
Il disordine finisce così per assumere solitamente solo la dimensione dell’insicurezza fisica, dell’incolumità collettiva, ma che richiede invece di essere ricondotto ad una insicurezza ontologica, un’insicurezza, che come Bauman ha avuto modo di approfondire in altri suoi saggi, nasce come esito della globalizzazione, è caratteristica della “modernità liquida” che necessita un ordine diverso. Si può forse affermare che l’impatto con l’altro, determina piuttosto anche un dis-ordine conoscitivo, che deve essere superato attraverso un “nuovo progetto”. Bauman offre uno spunto di riflessione: la conoscenza si mette alla prova cambiando il mondo. Riprendendo una metafora utilizzata da Lewis Mumford, l’autore indica due tecniche di produzione che possono evocare due modelli di conoscenza: l’agricoltura e l’estrazione dei metalli. La prima metafora di una conoscenza centrata su una “crescita senza perdite”, dove “nulla si perde per strada”; la seconda che vede il nuovo nascere dalla rottura e dalla discontinuità.
È interessante tornare di nuovo a Calvino: in La poubelle agréée, questo autore tratta ancora dei rifiuti, della “spazzatura”, ma in altro modo. Giunge a formulare delle linee di riflessione sullo statuto filosofico dello scartare e dello scegliere, che non riguardano solo i riti sociali di “purificazione” quotidiana legati ai servizi di nettezza urbana di città e paesi, ma l’identità e la memoria degli uomini e afferma che “si è quel che non si butta via”, ma anche che “il buttar via è complementare dell’appropriazione”.
Se per “sapere”, afferma Bauman, “occorre scegliere”, questo testo invita a riflettere su forme e modi per una nuova, inclusiva organizzazione della conoscenza, che consenta di superare “l’immagine della complessità stupefacente e dell’infinità paralizzante del mondo”, per consentire l’appropriazione e la continuità di saperi che conduca il mondo stesso a “proporzioni sopportabili, assorbibili, gestibili, proporzioni con cui si può vivere”.
I fenomeni di mondializzazione dell’esperienza umana legati alla modernizzazione, hanno attivato in modo progressivamente e spesso violentemente, maggiore i contatti tra uomini, gruppi, società e culture. Una prospettiva che come si è visto presenta innumerevoli problemi, ma che può offrire enormi possibilità per la costruzione di una conoscenza solidale e diffusa in grado di muoversi tra i patrimoni di saperi di tutte le culture, aperta a contributi conoscitivi esterni per la ricerca di soluzioni ai problemi di sviluppo sostenibile su scala mondiale.
Questa crescente "interconnettività" fra gli abitanti di tutto il pianeta fa percepire, fa prendere coscienza del fatto di essere parte di una stessa comunità globale. Ma orientarsi nel patrimonio di conoscenze è sicuramente operazione complessa. Siamo di fatto inseriti in un flusso culturale globale, fatto non solo di informazioni, ma di vissuti, di idee, rappresentazioni del mondo, immagini, linguaggi, valori. Lo spostamento dell’orizzonte conoscitivo su una dimensione di globalità, in un momento in cui anche l’idea stessa di cittadinanza chiede di dilatarsi, può apparire intimorente. La realtà contemporanea appare paradossalmente dilatata e annullata nello spazio e “ristretta” nel tempo. Per non perdersi nel “mondo globale” attuale l’attenzione sembra più facilmente concentrarsi sul presente e sul “tempo privato”: si assiste ad una “amplificazione del presente” che si traduce in un’operazione di seduzione degli individui per chiuderli o emarginarli in un ‘presente’ dal piccolo respiro o dal prevalere di modesti interessi. Una condizione che può determinare la nascita di pseudobisogni o di falsi interessi considerati tuttavia come traguardi irrinunciabili da soddisfare, da raggiungere, unici obiettivi validi da perseguire mentre si perde la prospettiva del futuro, trasformato in una dimensione irrealistica, astrattamente o falsamente utopica, di cui non si è responsabili, la cui realizzazione è prerogativa di altri, di chi ha nelle mani il potere, che è responsabile della sicurezza, confondendo spesso sicurezza fisica e sicurezza intellettuale, se non, come accennato, ontologica. Diventa complesso, anzi può apparire impossibile valutare in termini di apporto per la soluzione dei propri bisogni, l’insieme dei saperi “altri” con cui quotidianamente veniamo in contatto, non accolti come tali, ma percepiti anzi come “pericolosi” e determinanti insicurezza.
Per poter recuperare la valenza positiva del processo di globalizzazione, in termini di ricchezza di saperi che sono in movimento, per recuperare pienamente la sensazione di essere cittadini del mondo, la dimensione dell’appartenenza alla specie umana e la condivisione di percorsi comuni per la costruzione del futuro, occorre disporre però degli strumenti necessari: la varietà non è solo quantità, ma complessità, complessità di relazioni, di livelli, di connessioni, di modelli, codici e linguaggi e ibridazioni tra questi. Se la conoscenza sembra chiedere necessariamente selezione e quindi anche scarti, occorre che questi scarti siano consapevoli
Occorre poter superare una sensazione di “gettatezza” che può determinare insicurezza e chiusura: riconoscere la policentricità dell’elaborazione culturale propria della contemporaneità, può far cogliere la possibilità di esaminare le “identità molteplici che attraversano oggi la vita di un soggetto sottoposto ad una continua azione di decostruzione”.
È certo che le dinamiche dei processi di socializzazione e tra questi e i processi di educazione, richiedono di essere profondamente rivisti alla luce degli attuali scenari della società globale, che implicano il confronto con i saperi dei diversi popoli, culture e società. Si affaccia alla ribalta dell’educazione un ampio e articolato patrimonio dell’esperienza conoscitiva umana che scaturisce e si compone dei saperi personali, dei gruppi sociali, delle diverse micro e macro culture che chiedono in forma sempre più evidente di essere riconosciute e non relegate in sterili localismi, che inibiscono lo sviluppo, uno sviluppo che deve essere endogeno. Un patrimonio che non si esprime solo in termini quantitativi, ma che si definisce attraverso saperi qualitativamente diversi rispetto alla razionalità occidentale, che spiazzano gli assiomi del pensiero razionale che caratterizzano l’occidente e li rendono suscettibili di una profonda analisi critica.
Per questo motivo non si può prescindere dal riconoscimento della libertà culturale, intesa proprio come parte fondamentale dello sviluppo umano. Lo sviluppo umano significa infatti prima di tutto permettere alle persone di vivere il tipo di vita che essi scelgono, fornendo loro gli strumenti e le opportunità per fare questo genere di scelte: rimandare un’immagine dal nostro specchio che sia diversa.
Sono spunti di riflessione che emergono dalla lettura di un testo che come lo stesso Bauman suggerisce, rappresenta un’analisi della vita moderna finalizzata a portarne in piena luce aspetti e sfaccettature che richiedono di essere comprese, per guardare con occhi più critici il presente, per assumere atteggiamenti diversi rispetto a problemi che rischiano di non essere risolti perché accettati in quanto ridotti a rifiuti, a scarti di un processo inevitabile.