RIVISTA INTERNAZIONALE di EDAFORUM
ANNO I / N.3 - 30 settembre 2005 - EDA e GLOBALIZZAZIONE
 

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Ulrich Beck, CHE COS'E' LA GLOBALIZZAZIONE Rischi e prospettive della societā planetaria. Marzo 2001

di Francesca Marchi

In questo volume Beck ha raccolto per il pubblico italiano (a eccezione del primo capitolo inedito) una serie di saggi precedentemente apparsi su riviste internazionali, pubblicazioni collettanee e atti di convegni. I saggi qui editi sono stati redatti in un periodo che va dal 1998 a oggi e risultano accomunati dalla medesima preoccupazione teorica di elaborare un paradigma per le scienze sociali capace di rispondere ai profondi mutamenti geo-politici che i processi di globalizzazione hanno imposto alle nostre società. Tali mutamenti, com'è noto, vanno sotto il nome di crisi dello stato nazione, progressiva esposizione delle società a rischi planetari, conflitto tra la dimensione post-nazionale e la dimensione locale della normatività politica.
Difficilmente alla parola cosmopolitismo un lettore un po' accorto non penserà ai celebri saggi di Kant Sulla pace perpetua, Idea per una storia universale e alla concezione cosmopolita della società che da quel momento non ha smesso di dominare la riflessione politica occidentale. Si rende quindi necessario un chiarimento preliminare. A rischio di semplificare eccessivamente la questione sarà necessario distinguere tra due 'concezioni' del cosmopolitismo. Secondo la prima, alla quale accennavamo sopra e in cui ritroviamo l'eredità del pensiero politico kantiano, il cosmopolitismo ha una valenza ideale e normativa allo stesso tempo. L'idea di un mondo in cui regni una concordia tra gli stati risulta cioè un'ideale a cui tendere e in base al quale regolare la nostra prassi politica, sebbene esso non poggi su delle condizioni fattuali stabilite dal diritto internazionale. Questa idea determina quindi una concezione progressiva della storia che arriva a riconoscere nell'estensione della statualità oltre i confini nazionali la sua logica interna.
All'interno di questa visione del cosmopolitismo, sospesa tra posizione ideale e progetto normativo, potremmo far rientrare varie prospettive teoriche che hanno caratterizzato il diritto internazionale e il pensiero politico fino a oggi.


A differenza di questa posizione, che affonda le proprie radici nel pensiero politico tardo illuminista, la posizione di Beck è influenzata in buona parte dal prospettivismo gnoseologico contemporaneo il cui padre putativo è, tra gli altri, Nietzsche. Beck intitola la premessa al suo libro 'Lo sguardo cosmopolita'. Egli pensa cioè, come chiarisce in queste prime pagine, a un sorta di rivoluzione gnoseologica alla quale le scienze sociali dovrebbero sottoporsi abbandonando una sorta di 'nazionalismo metodologico'. Il manifesto programmatico che dovrebbe riassumere questo cambio epocale di prospettive implicherebbe quindi una rivoluzione metodologica che consenta di eludere l'ancoramento nazionale come presupposto di ogni comprensione delle nostre realtà sociali. Questa posizione non implicherebbe una diminuzione della capacità interpretativa della realtà effettuale ma comporterebbe, al contrario, un maggiore realismo che, pur tenendo in considerazione l'esistenza di quei confini politici, giuridici e sociali che caratterizzano il nostro vivere in comune, ci consentirebbe di eluderne il 'carattere vincolante'.


Vediamo quindi come quella duplicità - contraddizione direbbero alcuni - che abbiamo visto agire nella visione kantiana di cosmopolitismo dovrebbe risultare superata. Infatti i principi che dovrebbero ispirare lo sguardo cosmopolita 'possono essere intesi in termini normativo-filosofici ma anche empirico-sociologici'. L'universalismo presupposto nella logica statuale, seppure nella sua declinazione internazionalista, deve quindi essere sorpassato e il cosmopolitismo metodologico può fornire gli strumenti per compiere questo sorpasso. Ma come? La questione si fa qui più problematica, nonostante la sicurezza ostentata da Beck. Egli enumera infatti alcuni degli aspetti tipici della globalizzazione, utilizzandoli poi come elementi già di per sé sufficienti per definire il passaggio a un paradigma post-nazionale. Certo non prospetta una realtà già conciliata o conciliabile in senso assoluto, parlando al contrario di una 'società globale del rischio', dove il confine tra guerra perpetua e pace perpetua viene a rappresentare l'orizzonte stesso imposto alla 'seconda modernità'. Importante è sottolineare che Beck, in questa distanziamento presunto dai presupposti nazionalistici della teoria sociologica, sembra manifestare una sorta di vizio originario delle scienze sociali. Egli pensa alla realtà sociale globale come a qualcosa di concepibile in sé e per sé. Uno volta che tale realtà risulti radicalmente mutata nei suoi assetti fondanti sarà quindi sufficiente un rinnovo dei nostri strumenti ermeneutici per seguirne il mutamento. Se ne deduce quindi una visione della conoscenza sociale come adequatio rei intellectus, che implica una concezione ingenuamente positiva del sapere da un lato, con l'ambizione di stravolgere i paradigmi classici delle scienze sociali dall'altro.


In altre parole l'elemento diagnostico e l'elemento narrativo risultano spesso confusi e questo comporta un sorta di ottimismo dell'analisi che incespica nell'individuazione del nesso fra teoria e realtà sociale. Ciò non toglie che molte delle considerazioni presenti nel libro siano di forte interesse e ricche di spunti. In uno dei capitoli centrali dedicati alla democrazia nell'epoca della globalizzazione, Beck contrappone la concezione del politico nazional-statuale della prima modernità a una società globale profondamente im-politica. Ma questa presunta impoliticità della società globale manifesta, proprio nel deficit di rapprentatività apertosi al di là dello stato-nazione, nuove potenzialità. L'indeterminazione diviene la condizione stessa del fare politica. L'orizzonte del politico, svincolato della logica dell'appartenenza nazionale, diviene capace non soltanto di agire e determinare scelte collettive all'interno di un sistema di coordinate definite ma può ambire a creare le condizioni stesse del suo agire proprio in virtù dell'assolta impoliticità dello spazio globale. All'interno di questo nuovo quadro, sottolinea ancora l'autore, l'immaginario diviene un elemento essenziale del politico capace di fornire un trait d'union tra l'ormai ineludibile indeterminazione dell'agire e la creazione delle proprie condizioni di possibilità.
Per finire quindi, il libro di Beck risulta ricco di suggestioni. Esso mette in luce come la globalizzazione sia divenuta l'orizzonte stesso del fare politica e come questo mutamento non possa che incidere in misura sostanziale sul nostro armamentario teorico. Quello però che l'autore suggerisce rischia, per una sorta di idiosincrasia, di restare schiacciato dalla gravità e dall'urgenza dei problemi da lui sollevati.


CHE COS'E' LA GLOBALIZZAZIONE
Rischi e prospettive della società planetaria.
(Ulrich Beck)
Marzo 2001


Qual'è il significato della parola globalizzazione? Secondo U. Beck è "un processo in seguito al quale gli Stati nazionali e la loro sovranità vengono condizionati e connessi trasversalmente da attori transnazionali, dalle loro chance di potere, dai loro orientamenti, identità e reti". E' da tale definizione che si sviluppa l'interessante riflessione dell'autore. Il saggio tratta del fenomeno in questione a 360° gradi, preoccupandosi di distinguere il significato di globalizzazione da quello, più semplicistico, di globalismo: ossia la riduzione della multidimensionalità di tale processo alla sola dimensione economica, riconducendo le altre ad una posizione di subordine rispetto al predominio del sistema di mercato mondiale. Lo stesso autore, nel corso del libro, rafforza il suo approccio interdisciplinare attraverso semplici ma chiare definizioni di concetti come globalizzazione economica, culturale, pericoli globali, società globale…Quest'ultima di fondamentale importanza per comprendere, come lo chiama Beck, "il passaggio dalla prima alla seconda modernità": in altre parole, il passaggio da un mondo in cui "la società e lo Stato vengono pensati, organizzati, vissuti come sovrapponibili", ad un mondo in cui la società supera i vecchi confini nazionali diventando globale.
Dove porta tutto ciò? Come affrontare tale cambiamento? L'ultima parte del libro evidenzia, al riguardo, una serie di conclusioni che danno spazio ad una possibile prospettiva futura in chiave ottimistica. L'autore, infatti, auspica la nascita e lo sviluppo di uno Stato transnazionale inteso non come Stato nazionale mondiale, né come Stato territoriale mondiale, bensì come inevitabile solidarietà tra gli Stati in quanto membri di una comunità costretti, senza alternative, alla cooperazione e , quindi, a tenere reciprocamente in considerazione i rispettivi interessi. Questo permetterebbe di rispettare, in maniera adeguata, i diritti fondamentali, validi a livello transnazionale, che risulterebbero essere alla base di una democrazia cosmopolitica.


In libreria l'ultimo libro del sociologo tedesco, teorizzatore delle "società del rischio" e di una condizione riflessiva della modernità. Una visione che si interroga sulle possibili derive del vivere moderno

Ulrich Beck, lo sguardo cosmopolita sul cittadino globale

 

 

Pier Damiano Ori
Il linguaggio puÚ essere una trappola, lo sappiamo. Anzi, una macchina delicatissima e uno strumento del pensiero per la sua naturale predisposizione all'intendersi e al capirsi, come anche al fraintendersi. Il linguaggio puÚ battere su un punto nevralgico e delicato della società, come la lingua su un dente che fa male. E' quello che accade con la parola, o meglio il concetto, di globalizzazione: puÚ voler dire tutto e il suo contrario, il bene e il male, i fautori e i contrari, svuotato di un significato condiviso dalle comunità di parlanti che anche la distinzione fra global e no-global non riesce a colmare in maniera sufficiente. E' già accaduto nella storia che una questione linguistica incida su molteplici e delicatissimi aspetti della vita di una società, non solo dal punto di vista culturale ma anche politico, economico e, purtroppo, militare. La confusione puÚ risultare pericolosa ma va sottolineato come da pi˜ parti si senta fortissima l'esigenza di porre un ordine linguistico.
Di questa necessità di chiarezza si fa carico, insieme ad altri studiosi e politici, il sociologo tedesco Ulrich Beck che introduce il termine "cosmopolita" nel libro appena pubblicato da Carocci Lo sguardo cosmopolita (pp. 261, euro 18,00). Per Beck ridurre alla sola sfera economica il concetto di globalizzazione non permette di afferrare tutta la portata del fenomeno, che investe invece ´le nostre abituali categorie morali e politiche, le nostre abitudini quotidiane e civili e la forma delle organizzazioni statali e civiliª. Nell'epoca post-nazionale del mercato globale ad essere radicalmente mutati sono i connotati filosofici e psicologici della "Persona stessa".
Se così stanno le cose gli effetti della globalizzazione sono così giganteschi da non essere contenuti nella sola parola globalizzazione. Per capire il mondo, sostiene Beck, c'è bisogno di uno sguardo cosmopolita. Ovvero ´della capacità di aderire alla proprie molteplici identità, unendo alle forme di vita legate alla lingua, al colore della pelle, alla nazionalità o alla religione la consapevolezza che nella radicale insicurezza del mondo tutti sono uguali e ognuno è diverso. Se nella tradizione filosofica era lo spirito isolato del saggio a pretendere di essere cosmopolita, oggi cosmopoliti lo siamo diventati un po' tuttiª.
Docente di sociologia all'Università di Monaco e alla London School of Economics, Ulrich Beck ha dedicato diversi studi all'idea del rischio (La società del rischio, La società globale del rischio, Un mondo a rischio, I rischi della libertà), e anche in questo ultimo saggio sottesa a ogni ragionamento passando in rassegna tutte le ipotesi.
Con la stessa metodologia e cautela manovra il concetto di ´cosmopolitismoª, che ritiene essere ´un dato di fatto della modalità di convivenza attuale pi˜ che un valoreª, sottolinenandone l'ambiguità perchè al suo interno si trovano le possibilità di apertura ma anche le tentazioni della violenza. ´Oggi, oltre al segno di emancipazione che l'Illuminismo vedeva in esso, dobbiamo vedere nel cosmopolitismo anche il risvolto negativo. Inclusa la sua possibile deriva dispotica rilevata in esso già da Adorno e da Orwell: da un lato l'uomo avverte il suo essere in sintonia con tutte le avventure e disavventure del cosmo, ma allo stesso tempo resta cittadino di una particolare città o etnia o tradizione religiosaª.
E qui il lettore arriva al capitolo pi˜ inquietante, in cui la riflessione sulla guerra diviene il centro emotivo. Nell'epoca cosmopolitica puÚ accadere infatti che la ´guerra sia paceª, come ad esempio avviene nelle guerre per i diritti umani che, secondo il sociologo dei introduce un nuovo dualismo: la distinzione tra gruppi e regioni nei quali vigono i diritti umani e quelli nei quali non vigono. ´Una distinzione destinata a generare tensioni permanenti tra il centro e la periferia, tra il Nord e il Sud, i paesi cristiani e quelli musulmani, le democrazie e le dittatureª. Ed ecco che lo sguardo cosmopolita consente di aprirsi agli altri e agli altri se che vivono in noi, ma per la stessa ragione rischia di introdurre derive pericolose.
´Come si puÚ osservare, rafforzare e rendere pubblicamente consapevole la cosmopolitizzazione orizzontale dei luoghi, delle biografie, delle famiglie, delle parentele, dell'istruzione, dell'economia, del lavoro, del tempo libero, del consumo, della politica e via dicendo?ª si chiede Beck. Ma a questa domanda il sociologo non trova soluzione: alla luce di un'esame di opportunità e rischi, ´questa è ancora un'altra questioneª.


Nell'attuale globalizzazione dei diritti, dell'economia, della comunicazione, così come del rischio, il cosmopolitismo si è fatto realtà, diventando la cifra di una nuova era di modernità riflessiva che dissolve i suoi confini e le sue distinzioni nazional-statali. Senza confini è la minaccia terrorista, ad esempio, ma anche la protesta contro la guerra. Per comprendere questa nuova realtà abbiamo bisogno di un nuovo punto di vista, ciò che Beck chiama «sguardo cosmopolita». A differenza dello «sguardo nazionale», lo sguardo cosmopolita sulla storia, per quanto scettico, disilluso, autocritico, ci indica la via per organizzare all'interno di una nuova cornice culturale multietnica il nostro vivere insieme. Dagli studi – divenuti ormai un punto di riferimento nella sociologia contemporanea – sulla globalizzazione e sul rischio, Beck è approdato negli scritti raccolti in questo volume a una compiuta riflessione sulla società contemporanea e sulle sue istituzioni in cui l'antico ideale illuminista e kantiano del cosmopolitismo trova un uso non più astratto, ma decisamente calato nella storia, capace di dare fondamento a un nuovo ordine mondiale sottratto agli opposti vincoli del territorialismo e della omogeneizzazione.

In questo suo nuovo libro (Lo sguardo cosmopolita), Ulrich Beck propone un discorso empirico-analitico che sovverte con coerenza la tradizione filosofica del cosmopolitismo, per constatare che le stesse società nazional-statali si cosmopolitizzano al proprio interno.

Fin dai tempi dell´Antica Grecia il cosmopolitismo è stato un´idea razionale controversa, cosa che non ha impedito a Hitler e a Stalin di avvalersene come letterale capo d´imputazione nei propri massacri. Oggi invece va riconosciuto che la stessa realtà è diventata cosmopolita, in un processo che costituisce un effetto sociale imprevisto delle azioni compiute nella rete dei rischi globalizzati. Ci troviamo in una situazione in cui lo stato nazionale è sempre più assediato da un´interdipendenza planetaria, da rischi ecologici, economici e terroristici che ricollegano i mondi separati dei paesi sottosviluppati e di quelli sviluppati. E nella misura in cui questa situazione si riflette sul piano dell´opinione pubblica mondiale, emerge un elemento del tutto nuovo a livello storico: uno sguardo cosmopolita in cui gli esseri umani si considerano al contempo parte di un mondo a rischio e parte della propria storia e della propria condizione locale. Questo sguardo cosmopolita è scettico, autocritico e disilluso, in quanto rende evidente che nell´epoca degli interventi umanitari e dell´imposizione della democrazia,

 

 

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