RIVISTA INTERNAZIONALE
ANNO I/ N. 1 - 2 marzo 2005 - EDUCAZIONE DEGLI ADULTI, LO STATO DELL'ARTE
 

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Le "buone pratiche" in Educazione degli Adulti.
a cura di B. Schettini e F.Toriello
Da qualche tempo il concetto di lifelong learning sembra essere diventato la chiave d'accesso alla soluzione di molteplici problematiche
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Eurobarometro dell'Agenda di Lisbona: gli Europei vedono più investimenti in conoscenza ed innovazione come chiave per una maggiore crescita.
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Le "buone pratiche" in Educazione degli Adulti.

a cura di Bruno Schettini e Filippo Toriello

Lo stato dell'arte dell'EdA

 

Le indicazioni dei Documenti europei di politiche dell'educazione costituiscono il punto di partenza della riflessione di Antonietta Tartaglia che ha iniziato ad articolare la sua argomentazione intorno ad un primo interrogativo: dove andiamo?

Il dove andiamo si desume dagli "obiettivi di Lisbona per il 2010:

•  innalzare le competenze della popolazione adulta;

•  favorire il conseguimento di un titolo di studio superiore da parte del maggior numero di persone anche attraverso il riconoscimento delle competenze comunque acquisite

•  far partecipare alla formazione permanente il 2,5 % della popolazione tra i 25 e i 64 anni.

A questi obiettivi si aggiungono le grandi mete indicate dal Memorandum e dalla Conferenza di Copenaghen del 2002 che tendono a " favorire la centralità della persona, la cittadinanza attiva, la coesione sociale e a intervenire sul disagio sociale ".

Un altro interrogativo che si è posta la relatrice ha avuto a che fare con il: dove siamo ?

La relatrice ha fatto notare che: "il Monitoraggio delle offerte formative di EdA del 2002/2003 ha evidenziato che il 70% degli adulti in formazione è costituito da diplomati e laureati che frequentano i corsi brevi; più del 50% si autoesclude anche in presenza di opportunità formative mirate.

Per questo motivo occorre intercettare l'utenza debole. Chi cerca di ottenere un titolo di studio nei corsi serali, molto spesso, rinuncia per offerte formative "troppo scolastiche". Inoltre, i corsi serali stentano a modularizzare i curricoli ed ad alternare formazione in presenza ed in e-learning". Ci si chiede dunque quale sia l'azione del MIUR.

Il MIUR, "anche dopo il Monitoraggio dell'Indire, si è posto il problema di come arrivare alla fascia più debole, anche alla luce del Seminario di formazione del 31 marzo-1 aprile 2004. In quel Seminario erano sorte importanti novità: si richiedeva una Legge-quadro, una cornice legislativa di riferimento dei molteplici interventi che si realizzano nei diversi contesti, dell'educazione degli adulti. Si è iniziato a lavorare su questa ipotesi, ma la Corte costituzionale ha posto delle eccezioni di legittimità costituzionale alla legge 3 di modifica costituzionale e tale ipotesi è stata accantonata.

Inoltre, dal Seminario emergeva: la richiesta della predisposizione di standard e di strumenti di certificazione; un'organica collaborazione inter-isitituzionale con le regioni e gli enti locali per dare nuovo impulso al cammino tracciato in sede di conferenza Stato Regioni del marzo 2000.

Ora, alla luce del Monitoraggio 2003 , alla luce delle Indicazioni europee e del Seminario del 31 marzo-1 aprile, cosa sta accadendo?

L'attività in corso da parte del MIUR tende: allo sviluppo delle attività dei CTP e dei corsi serali. Per questo è stato istituito un Gruppo di lavoro per la destrutturazione dei curricoli dei corsi serali e per cercare di individuare degli standard di riferimento".

Con la Nota 1221 del 16/09/2004 il MIUR ha trasmesso alle Direzioni Scolastiche Regionali il piano di riparto delle risorse destinate a potenziare prioritariamente l'offerta formativa dei CTP e degli Istituti di Istruzione Secondaria Superiore .

"Le risorse destinate agli istituti superiori sedi serali - ha affermato Tartaglia - sono finalizzate a promuovere e sviluppare:

•  accordi di rete con i CTP, per realizzare attività di informazione, accoglienza, orientamento, potenziamento delle competenze di base, con i centri della formazione professionale, per l'acquisizione di una qualifica professionale e con altre istituzioni del territorio che possono concorrere al successo formativo degli adulti;

•  metodologie di apprendimento innovative anche attraverso l'uso dell' e-learning .

Per quanto riguarda le misure nazionali a sostegno del piano delle attività 2004-2005, è previsto:

•  un piano di sostegno per la socializzazione delle esperienze effettuate dagli IRRE

•  il monitoraggio attraverso l'Indire delle attività realizzare dai CTP, dalle scuole con corsi serali

•  la valutazione dei livelli di apprendimento dell'utenza che sarà effettuata dall'Invalsi"

Le priorità per lo sviluppo dell'Eda da parte dei CTP hanno costituito un altro elemento di analisi della relazione. Tartaglia ha segnalato come, secondo le indicazioni ministeriali, nella distribuzione delle risorse occorre valorizzare:

•  gli accordi di rete con gli istituti superiori di II grado sedi di corsi serali

•  gli accordi di rete con gli altri soggetti del territorio

•  le iniziative di sostegno all'acquisizione delle competenze di base

•  le iniziative per la volarizzazione delle competenze comunque acquisite dagli adulti"

Per quanto riguarda il problema della "definizione degli standard, sono stati predisposti standard dall'Indire, ma questi stessi sono in fase sperimentale. Alcune esperienze di standard codificati e approvati sono stati elaborati nella Conferenza Stato Regione del 29 aprile di quest'anno: sono gli standard relativi agli FTS e riguardano 37 figure professionali. Sono state delineate e approvate le competenze di base professionali, per valutare il riconoscimento dei crediti di ingresso, per individuare, in effetti, quale piattaforma di ingresso deve avere chi ha accesso agli IFTS. Questo punto di partenza potrebbe costituire il primo esempio in Europa di approvazione di standard. L'Italia è arrivata per prima a far approvare dalla Conferenza unificata gli standard di cui parliamo e lo ha fatto attraverso un lavoro di collaborazione. Infatti sono stati istituiti gruppi di lavoro da rappresentanti di diverse realtà istituzionali: regioni, mondo del lavoro, università".

In conclusione, la relatrice propone di tenere ben presente l'obiettivo europeo in materia di EdA: "far sì che nel 2010 il 14,5 % della popolazione adulta in Europa raggiunga più alte competenze di base (informatiche, giuridiche.) perché nell'ottica della cittadinanza attiva ognuno possa essere consapevole dei propri diritti e doveri".

 

C'è chi può, chi resta escluso e chi lo diventa o lo ridiventa

 

Ci risulta difficile pensare che possano ancora esistere intere sacche di popolazione che corrono il rischio di essere esclusi dai processi di socializzazione e di cittadinanza. Quella che è ancora considerata un'anima fondamentale dell'EdA, cioè la capacità di emancipazione degli individui, rischia di risultare solamente un'aspirazione disattesa.

Per rendere ragione di questa "paura", basterebbe pensare che molti discorsi e riflessioni sull'EdA, oggi, tendono a marcare esclusivamente una delle dimensioni dell'uomo, il lavoro, senza avere la possibilità di smascherare il Mécano international che si nasconde dietro l'apparente ingenua richiesta di adeguamento alle mutate condizioni socio-politico-economiche.

L'uomo, la sua soggettività risulta essere l'elemento significativo anche dei processi di sviluppo e di impresa. Infatti, "da parecchi anni - afferma Francesco Susi - si continua ad sostenere che il capitale umano non solo è importante, ma centrale per ogni politica di sviluppo. Il capitale umano fa la differenza: esso dà competitività alle imprese, rende competitivi i paesi". Inoltre, si "sostiene che nell'economia competitiva il successo sarà determinato dalla capacità di produrre e inglobare sapere e, quindi, le istituzioni preposte al trasferimento del sapere fra le generazioni da una parte e tra i luoghi della cultura e della ricerca saranno i luoghi nevralgici tra stato e mercato, stato e società civile". Non si insiste più, come si faceva nel libro Bianco di Delors, sulla qualità delle risorse umane. Si insiste, invece, sull'eccesso di regolazione considerato come ostacolo alla crescita dell'occupazione, eccesso che richiederebbe una flessibilizzazone non tanto del lavoro, ma del mercato del lavoro in cui la formazione si ridurrebbe a strumento di sostegno della mobilità".

In questa prospettiva, l'attenzione verso la "persona in quanto tale" e verso "la sua autonomia, la sua crescita, il suo sviluppo, la sua espansione" perde di forza e di spessore. "La persona, la formazione riguarda solo il lavoro. Si dimentica che l'istruzione è un bene in sé che è essenziale per lo sviluppo della persona e che è un diritto indisponibile. Viene cancellata, di fatto, una parte rilevante di quanto si è acquisito attraverso un percorso accidentato svoltosi per tutta la seconda parte del Novecento".

Queste considerazioni potrebbero sembrare astratte o quanto meno opinabili dal punto di vista della riflessione politica. Invece, alcuni dati forniti da Susi dimostrano la sostanziale verità di quanto espresso. Basta leggere le risposte ad una domanda di fondo che il relatore ha posto in maniera strumentale a tutti i partecipanti all'Incontro: "Qual è in concreto la situazione del nostro Paese per ciò che concerne la dotazione di istruzione e di cultura di cui sono forniti i cittadini?

Se si considera la popolazione per titolo di studio nel 1999, in totale il 65% degli italiani con età superiore ai 15 anni di età dispone al massimo della licenza media inferiore". Si tratta di un dato che descrive una "situazione personale oggi non altrimenti definibile, con un po' di enfasi, che come analfabetismo moderno.

Se si considera, in riferimento all'anno 1999, "le forze di lavoro - escludendo la cima e la coda, cioè i più giovani e le fasce di età più avanti negli anni - si constata che complessivamente il 50,1% delle forze lavoro dispone al massimo del titolo di licenza media inferiore. In valori assoluti quasi 12 milioni di persone". Se le si valuta in un quadro comparativo internazionale il confronto segnala per il nostro Paese, bassi tassi di scolarizzazione, minor numero di diplomati e laureati e un secondo canale formativo residuale (formazione professionale)".

In effetti, ciò che viene posto all'attenzione degli operatori di EdA, dei decisori politici, delle persone interessate all'universo della formazione (formale, non-formale, informale) è una indicazione quanto meno interessante ai fini della progettazione o ri-progettazione dei percorsi di formazione di EdA: "una parte rilevante degli italiani dispone di deboli livelli di istruzione con tutto ciò che ne consegue in termini di depotenziamento delle possibilità di accesso al consumo culturale e di effettivo esercizio dei diritti di cittadinanza. Una politica che volesse trasformare tale situazione si troverebbe ad affrontare un problema che è cruciale per l'educazione permanente, continua o degli adulti e, cioè, la correlazione positiva tra livello di istruzione ed indice dei consumi culturali e formativi. In altri termini: più istruzione si è avuta da giovani più se ne domanda in età adulta e viceversa i lavoratori caratterizzati da deboli livelli di istruzione risultano sempre scarsamente rappresentati nelle attività formative culturali".

I dati, sempre più espliciti, segnalano, a riprova di quanto detto, che anche le opportunità di formazione progettate a favore dei soggetti culturalmente sfavoriti e deboli sono utilizzate dai soggetti "più culturalmente favoriti" che mostrano la capacità di poterne usufruire. Invece, gli strati della popolazione con una debole scolarità non solo non formulano una domanda formativa, ma, addirittura, non "sanno utilizzare le occasioni di formazione a loro indirizzate e a portata di mano". Questi stessi soggetti utilizzano meno degli altri i servizi sociali, anche quelli concepiti appositamente per loro.

È utile, tuttavia, "considerare le connessioni tra i livelli di istruzione delle forze lavoro e i processi di trasformazione dell'economia. In effetti, il nuovo ruolo del sapere della produzione dei beni di servizio determina conseguenze sulla composizione della forza-lavoro".

I knowledge worker "collocati nei settori più avanzati della frontiera tecnologica delle imprese (informatica, biotecnologie, comunicazioni.) crescono di numero. Si attesterebbero su una percentuale superiore del 30% del totale. Si pensi che nei periodi di maggiore espansione industriale gli operai delle linee fordiste, (le catene di montaggio) non hanno mai rappresentato più del 25 % della forza lavoro occupata nel Regno Unito, Francia, Germania, Italia". Ma al di là dei dati, questi lavoratori della conoscenza sono dei veri e propri lavoratori atipici per quanto riguarda la loro capacità di mobilizzazione e per la valutazione che fanno dell'offerta di lavoro in cui sono impegnati. "Si tratta - ha affermato Susi - di lavoratori molto esigenti. Da parte loro il criterio di scelta rispetto alla permanenza in un'impresa piuttosto che in un altra sembra determinato dalla valutazione dell'apprendimento continuo e della crescita professionale che l'impresa offre, dalla possibilità di mantenere e rafforzare legami con chi nel paese e nel mondo è impegnato nelle stesse tecnologie. Si muovono in prospettiva del tutto inedita in cui contano la personalizzazione del lavoro e il peso di quelle competenze trasversali oggi ritenute essenziali che sono fortemente riferite alla persona: autonomia, responsabilità sapere gestire le varianze, l'attenzione crescente alla qualità".

Ecco, allora, che una possibile domanda si sposta sul destino lavorativo di tutti coloro che non riescono a rientrare in questa prospettiva lavorativa e di mercato. Essi, realisticamente, rischiano di restare esclusi da questo processo. Quale futuro, allora, per loro?

"Le conoscenze, la capacità di gestire il cambiamento si trasformano, oggi in fattori di esclusione e inclusione, di selezione e gerarchizzazione sociale.

Eliminare un modello di vita fondato su sicurezza, stabilità e regolarità e l'emergere di altri modelli che privilegiano la possibilità di cambiare, di definire nuove scelte costituiscono fatti che sembrano corrispondere ad esigenze e bisogni diffusi con una avvertenza: la flessibilizzazione della vita lavorativa è richiesta o apprezzata solo dai soggetti che dispongono di risorse sufficienti per scelte non prive di rischio". Per tutti gli altri può costituire un ritorno ad "un'antica precarietà o coincidere con l'impossibilità di raggiungere una meta qualsiasi. Per alcuni la flessibilità è condizione per la definizione di un progetto personalizzato, ma supportato da risorse familiari, culturali, professionali. Per gli altri è una necessità subìta. Un destino a cui è difficile opporsi, con la conseguenza dell'aggravarsi delle vecchie disuguaglianze di sesso, nazionalità, ma anche con la creazione di nuove disuguaglianze fino all'incrinamento della possibilità stessa di fruire del diritto di cittadinanza. La rottura di un modello fondato sul lavoro dipendente a carattere continuativo ha come diretta conseguenza un ampliamento dell'area dei soggetti che presentano un iter professionale discontinuo e frammentario. Fasce sempre più consistenti di popolazioni sono costrette ad un lavoro dequalificato privo di riconoscimento e di opportunità o su percorsi professionali non sulla valorizzazione del capitale umano ma sulla sua dispersione. Il passaggio attraverso i diversi mercati del lavoro si caratterizza spesso come uno scivolamento da ambiti più tutelati ad altri che offrono minori garanzie previdenziali oltre che remunerazioni più basse".

In questo processo, i soggetti più esposti al rischio sono quelli con minori livelli di istruzione. Questo dato fa comprendere con piena evidenza che lo stesso paradigma di istruzione-lavoro è cambiato: "i soggetti dotati di qualificati livelli di istruzione riescono meglio a 'sbrogliarsela' nel mercato del lavoro".

Inoltre, bisogna considerare che la tanto decantata e declamata flessibilità - utilizzata come un deus ex machina per tirarsi fuori dalle difficoltà derivanti dai problemi dell'incessante sviluppo della disoccupazione a livello europeo - "non è un dato psicologico: non esistono per natura persone ardite e coraggiose. La flessibilità come disponibilità ed orientamento al cambiamento è direttamente proporzionale alle risorse sociali, economiche e culturali dei soggetti. La persona che è disposta a cambiare è una persona che ha risorse di formazione, di saperi, di conoscenze sul proprio contesto, di condizioni socio economiche favorevoli sia di origine familiari sia contingenti nel momento in cui si pone la possibilità del cambiamento. La flessibilità perciò rischia di funzionare come una nozione ambigua perché la si riferisce indifferentemente al contesto socio-economico sia alle singole persone. La flessibilità come capacità di reagire al cambiamento non appartiene indistintamente a tutti i soggetti né questi la acquisiscono per il solo fatto che il contesto socioeconomico è caratterizzato da processi di flessibilizzazione. La differenza fondamentale tra i soggetti si situa nella loro diversa vocazione di capacità culturali, di decodifica della realtà e di uso differenziato delle competenze possedute. La stessa capacità di cambiamento è il risultato della dotazione di cui si è stati previamente provvisti".

L'attenzione, allora, per Susi, va spostata, in maniera critica, almeno su due blocchi di significato dell'EdA.

Il primo riguarda quei termini-concetto che oggi utilizziamo senza la dovuta capacità critica e interpretativa: società della conoscenza ed economia della conoscenza. Sono espressioni che "rischiano di funzionare come meri slogan e alimentare opposti estremismi. Società a due velocità con una parte di territori e persone destinati ad un avvenire di esclusione".

Il secondo ha a che fare con il ripensamento critico della teoria della competenza. Il ricorso a questa teoria può avere una duplice conseguenza: "si accettano le disuguaglianze come inevitabili e come fatale risultato delle differenze personali al punto che le differenze sociali seppure crescenti non determinerebbero più pretese sociali rilevanti. Inoltre, il riferimento insistito alle competenze della persona determina un fenomeno di colpevolizzazione degli esclusi, di quanti arrancano faticosamente con effetto di depressione che ostacola o impedisce ogni loro progetto di miglioramento". Quale, allora, una possibile via d'uscita?

"Un approccio non estremista ai problemi posti dalla situazione odierna è modernizzare senza escludere. Ciò postula che si rifiuti la posizione di chi sostiene con cinica franchezza che il "cambiamento non può passare attraverso un cambiamento dello stok di risorse umane attualmente occupate che non servono più, perché cambiano le modalità con cui si fa produzione. E' necessario l'ingresso dei giovani che invece queste cose le hanno capite".

In conclusione, occorre insistere - ha affermato Susi - sul "diritto alla formazione per l'intero arco della vita per potere affrontare con una modesta speranza di successo la vita lavorativa e l'intera esistenza. Le persone devono richiedere una formazione di base, un sapere minimo garantito che consenta l'apprendimento ulteriore. Senza una dotazione di istruzione di base non c'è nessuna possibilità di apprendimento ulteriore e reinserimento nel percorso formativo, quando il soggetto ne avvertirà l'esigenza".

  1. Cfr. Consiglio Europeo di Lisbona del 23-24 Marzo 2000.
  2. Cfr. Declaration of the European Ministers of Vocational Education and Training and the European Commission, convened in Copenhagen on 29 and 30 November 2002, on enhanced European cooperation in vocational education and training. "The Copenhagen Declaration". Si veda, anche: ISFOL, "Il processo di Copenaghen" . Dossier 1/2003.
  3. In base ai dati del Monitoraggio, fa riflettere il fatto che: le attività modulari brevi (prevalentemente inglese e informatica) sono ancora quelle preponderanti e l'utenza principale dei CTP (ben il 61% del totale) è costituita da persone che posseggono il titolo di studio superiore o la laurea.
  4. Il Piano di riparto assegna Euro Diecimilioni ai CTP, Euro Tremilioni ai Corsi serali della secondaria superiore. La Nota è a firma del Direttore generale Maria Grazia Nardiello e accanto al piano di riparto dei fondi disponibili, contiene alcune importanti indicazioni operative per l'EdA tra cui quella di realizzare gli obiettivi per l'immediato futuro: innalzare la competenza di base degli adulti; favorire il conseguimento di un titolo di studio superiore da parte del maggior numero di persone. Per la realizzazione di questi obiettivi, vengono fornite alcune indicazioni specifiche ai CTP e agli Istituti di istruzione Superiore.

 

 

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