RIVISTA INTERNAZIONALE
ANNO I/ N. 1 - 2 marzo 2005 - EDUCAZIONE DEGLI ADULTI, LO STATO DELL'ARTE
 

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Le "buone pratiche" in Educazione degli Adulti.
a cura di B. Schettini e F.Toriello
Da qualche tempo il concetto di lifelong learning sembra essere diventato la chiave d'accesso alla soluzione di molteplici problematiche
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Eurobarometro dell'Agenda di Lisbona: gli Europei vedono più investimenti in conoscenza ed innovazione come chiave per una maggiore crescita.
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MONOGRAFICO

Politiche per la libertà nella formazione.
Il senso dell'esperienza Toscana

di Paolo Federighi

Libertà nella formazione: un nuovo corso

L'educazione o la formazione non sono il passaporto per l'accesso al mondo dei liberi. Esse sono un terreno di confronto e di conflitto per realizzare condizioni di libertà nella formazione e nell'educazione. L'equivalenza più educazione= più libertà ha, oggi, solo il sapore di polverosa retorica. Rimane vero però il contrario: meno educazione = meno libertà, ma solamente perché é il segno di condizioni di vita e di lavoro inaccettabili e della possibile deprivazione delle capacità di analisi, di controllo e di direzione necessarie per rendere la vita ed il mondo un po' più decenti. Da questa consapevolezza é nato ed ha potuto svilupparsi un nuovo corso di politiche della formazione. Passare tanta parte della propria vita all'interno dei sistemi formativi non garantisce di per sé migliori condizioni di vita e di lavoro. L'offerta formativa non é necessariamente strutturata né concepita per liberare l'uomo. E, tuttavia, spendere la propria vita come un nomade che attraversa i più e più diversi terreni formativi non solo significa che uno può permetterselo, ma anche che qualche cosa alla fine ne avrà sicuramente ricavato in funzione del suo sviluppo intellettuale. Intellettuali prestati alla politica e non -tutti concordi sino a pochi anni orsono- hanno finto che queste non fossero le regole del gioco. Di conseguenza, il modello in base al quale sono state impegnate nella formazione le risorse del nostro paese é derivato da una duplice promessa: l'educazione é la via che ci avvicina alla conquista della verità il sapere é il presupposto necessario per raggiungere il potere. Il mezzo per raggiungere tali risultati é stato indicato nel sistema scolastico e universitario e, per alcuni, nella formazione in impresa. Il modello é noto: le famiglie pensano all'acculturazione, lo Stato -direttamente o attraverso i privati- all' offerta di un'educazione che assicuri alcuni strumenti di base più o meno evoluti, assieme ad un po' di ideologia dominante (le umilianti polemiche riccorrenti ad ogni cambio di maggioranza sui libri di testo e sull'insegnamento della storia lo testimoniano), l'impresa accoglie il materiale umano così filtrato e ne affina le competenze produttive, a volte avvalendosi anche della formazione professionale. Così sono state rifornite di competenze le vecchie società industriali. Il problema é che questo modello é oramai in crisi. Esso non assicura né la produttività, né l'accesso alla verità, né al potere. E' però rimasto in piedi l'apparato pubblico e privato che esso ha prodotto nel corso degli ultimi due secoli e la forza di tale apparato é di riuscire ancora a far credere a molti che dalle sue fortune dipendano le nostre possibilità di sviluppo intellettuale. Ciò é vero solo in parte. E' vero che il sistema esistente (assieme alla Televisione ed all'Esercito) ha assicurato una alfabetizzazione di massa (ma solo un terzo dei cittadini esce da tale sistema con le competenze che dovrebbe avere, il resto sono destinati alla marginalità educativa). E' anche vero che alcuni settori produttivi hanno tratto grossi vantaggi dalla disponibilità di un sistema che ha provvisto loro forza lavoro appositamente qualificata (una sorta di out sourcing a costo zero, particolarmente importante per la piccola e media impresa). La questione da proporre all' attenzione é però un'altra. Ha senza dubbio senso destinare risorse pubbliche a questo sistema a condizione che con esso si individui una sede in cui i cittadini possano accedere liberamente ai percorsi di costruzione dei saperi, alla ricerca ed ai suoi risultati. In un simile spazio la competizione non riguarda l'uso privatistico delle conoscenze acquisite ai fini dello sfruttamento commerciale -tale dimensione attiene al libero mercato e come tale deve essere trattata, alla pari dell' energia o dell'ambiente-. Qui la conoscenza é resa pubblica (da pubblici o privati) affinché tutti possano partecipare alla sua produzione e ne possano far uso anche a fini produttivi. La competizione deve però esistere e deve garantire che solo chi ha la capacità di porre in condizione i cittadini -più o meno dotati- di acquisire e produrre conoscenze possa operare in tale spazio. Al sistema esistente manca questa funzione, al di là di alcune sedi di eccellenza. L'attuale sistema é viziato da una serie di privilegi duri da rimuovere e utilizzati per mascherare le deficienze. Esso si é sviluppato in un regime di monopolio di cui hanno approfittato organismi pubblici e privati. Il diritto alla formazione dei cittadini, in tale contesto, é stato ridotto al diritto a frequentare all'interno di sedi predeterminate una serie di percorsi formativi legittimati da una certificazione conclusiva. La domanda di formazione dei cittadini é stata forzatamente ricondotta ad una serie di percorsi standardizzati. Il potere di negoziazione degli individui é nullo di fronte ad agenzie che operano al di fuori di un clima di competizione e di emulazione. L'offerta formativa non é mai valutata, é sempre imposta, e, malgrado tutto, in qualche modo essa raggiunge sempre il minimo di clienti necessari per essere legittimata. Essa al termine valuta le capacità acquisite dai partecipanti, ma non le proprie performances. Essa ha comunque garantiti i propri introiti, anche se i partecipanti (paganti o meno) non hanno conseguito le competenze che essa aveva promesso in sede di stipula del contratto di formazione (é interessante che alcuni Pretori abbiano iniziato ad introdurre il principio del "Soddisfatti o rimborsati" anche in sentenze riguardanti corsi di formazione e che la Commissione Europea abbia messo allo studio il problema della difesa dei consumatori di beni e servizi formativi). La politica a difesa delle libertà nell'educazione non può limitarsi a questi oggetti. Chi lo sta facendo vorrebbe che identificassimo la libertà nell'educazione con gli interessi di chi vuole semplicemente divenire parte del sistema dell'offerta (ovvero di sedersi attorno al tavolo della "Festa formativa", secondo la metafora del Censis). Il problema é esattamente l'opposto. Esso riguarda la necessità di intervenire a difesa della libertà di produrre conoscenze e di assicurare ai prodotti formativi la più ampia diffusione. Si tratta di sottoporre a critica i poteri ingiustificati che impediscono la democratizzazione del sistema dell'offerta formativa ed il suo sviluppo.

 

O con lo Stato o senza Stato

Ma la critica implacabile dei fatti é già in atto e sono le stesse caratteristiche dello sviluppo delle forze produttive a dettare i tempi ed a condurne l'attuazione. Il peso strategico crescente assunto nell'economia delle nazioni dall'economia della conoscenza sta avendo un impatto epocale sulla formazione: concezione, politiche, organizzazione, contenuti, metodi. Quanto é accaduto é semplice da descrivere:

- la formazione (ma non i sistemi formativi) é divenuta un fattore sempre più richiesto per il raggiungimento di risultati sociali, economici, sanitari, culturali in generale. Sviluppo delle forze produttive e delle competitività, rafforzamento dell'apparato ideologico dominante, contenimento dei fenomeni di marginalità costituiscono funzioni formative divenute strategiche

- la domanda di formazione é conseguentemente cresciuta, le famiglie e le imprese hanno iniziato a destinare all'oggetto maggiori risorse

- un numero crescente di soggetti economici, di grandi e piccole dimensioni, si é dedicato a produrre beni e servizi formativi di varia natura, adatti a combinarsi con le diverse modalità di consumo (non solo corsi), con i più diversi contenuti (dall'informatica, alla prevenzione del diabete), con le diverse attese (ampia gamma di livelli di qualità), con il potere di acquisto dei diversi potenziali acquirenti.

Le conseguenze sono altrettanto evidenti:

- il vecchio concetto di eguaglianza delle opportunità e perfino quello di eguaglianza dei punti di partenza nell'educazione é andato svuotandosi di contenuti reali

- solamente alcuni strati ristretti di popolazione riescono a stare all'interno del nuovo circolo della cultura

- lo Stato non può intervenire, come in passato, attraverso la gestione diretta o indiretta dell'offerta formativa richiesta dai cittadini, perché il peso del lifelong learning sarebbe insostenibile

Gli spazi per l'estensione di una società duale, segnata dalla marginalità educativa e culturale, si fanno sempre più ampi.

A chi e cosa affidare la speranza di poter estendere significativamente il numero di coloro che, oltre a qualche anno di scuola, possano trovare risposte ai loro problemi professionali ed esistenziali nella scienza e nell'arte? di quante unità é possibile aumentare il loro numero nel corso dei prossimi anni? quando si potrà arrivare a decuplicare il numero attuale in modo da raggiungere gli standard dei paesi europei più sviluppati?

La vera questione é se ciascuno di coloro che intende cavarsela deve farlo da solo, arrangiandosi come meglio può, oppure se -oltre a darsi da fare- ciascuno sa che può contare su un qualche ruolo assunto dagli organi di governo nazionali, regionali e locali. In altri termini c'é uno spazio per la politica, per il welfare? oppure le istituzioni debbono limitare la loro attenzione ai sistemi formativi, a qualche agenzia o fondazione di rispetto ed affidare le prospettive di libertà nella formazione ai miracoli delle nuove tecnologie?

E' ovvio che la nostra opinione é che ci sia spazio per una azione collettiva sia di tipo istituzionale che sociale. Per occupare questo spazio c'é bisogno però di istituzioni forti, il cui peso si misuri sia per l'entità e la destinazione degli stanziamenti che per la determinazione delle scelte politiche e per l'autorevolezza delle persone. Senza queste condizioni sarà il ricorso all'arte di arrangiarsi a fare la differenza fra chi se la cava e chi no.

 

I nodi essenziali e gli indirizzi maturati

La determinazione nelle scelte politiche serve perché vanno affrontati compiti di rinnovamento che implicano un oculato, ma deciso cambiamento di rotta nella cultura delle politiche della formazione -sulla scia delle profonde innovazioni introdotte in Toscana nel corso degli ultimi anni-. I nodi essenziali sono individuabili senza troppe difficoltà. Supportati dall'ormai ampia letteratura internazionale in materia, li possiamo riassumere attorno a tre assi principali:

a. le necessità di potenziamento, qualificazione del sistema dell' offerta formativa

b. le necessità di garantire condizioni di uguaglianza distributiva nelle possibilità di accesso alle diverse tipologie di offerta, indipendentemente dal livello e dalla qualità

c. la necessità di andar oltre una logica di "riempimento delle aule", ma -all'opposto- di democratizzare la formazione in quanto dimensione presente in ogni azione e necessariamente presente a fianco della gente nei momenti in cui ha bisogno di potenziare la propria azione di emancipazione e di trasformazione delle proprie condizioni di cittadino e di produttore

 

Potenziare e qualificare l'offerta

Questo obiettivo può apparire contraddittorio almeno per due ragioni. In primo luogo, perché non sono poche le agenzie operanti a vario titolo sul mercato della formazione che tra il 1998 ed il 2000 hanno almeno quadruplicato il loro fatturato (alcune sono andate ben oltre), né sono poche quelle nate in questo periodo. In secondo luogo, vi é da dire che tra il 1996 ed oggi il sistema formativo italiano é stato oggetto di profonde trasformazioni sostanzialmente positive, alcune storiche. Un forte sviluppo c'é già stato. Esso é però é ancora inadeguato rispetto alla qualità ed alla quantità della domanda. I punti deboli comuni alle agenzie formative sono individuabili nei seguenti:

•  difficoltà a differenziare l'offerta formativa per campi e livelli, ad estenderla a tutte le aree territoriali ed a tutti gli strati di pubblico

•  incapacità di operare in una logica di rete territoriale integrata e, quindi, di partecipare a processi di programmazione territoriale centrati sulla domanda

•  gravi ritardi nell'introduzione delle ICT nei servizi delle agenzie e quindi di offerte in FAD

•  debole gestione della qualità, nei casi migliori, limitata al processo di gestione, ma indifferente rispetto alla qualità dei processi formativi e dei prodotti

•  bassa percentuale di personale specializzato nella gestione dei processi formativi e prevalenza di personale formato on the job ed utilizzato in vari ruoli e funzioni a seconda delle necessità

•  elevati costi per partecipante per ora di formazione uniti ad elevati costi di gestione

•  deboli strategie di investimento delle risorse nel settore e nelle stesse agenzie da parte dei gestori

 

E' ovvio che non c'é libertà nella formazione senza una rete di soggetti che offrano opportunità formative di qualità. E' altresì vero che il ruolo dello Stato deve modificarsi nel momento in cui c'é una capacità autonoma di sviluppo di un settore. La situazione nel campo della formazione é senza dubbio ancora deficitaria, ma non paiono più esistere le ragioni che hanno giustificato in passato un costante intervento protezionistico da parte delle istituzioni (a favore dell'uno o dell'altro). Assicurare l'iniziativa di tutti nel campo della formazione e assicurare che l'offerta corrisponda ad adeguati livelli di qualità costituiscono i principi di base a garanzia delle libertà fondamentali sul terreno dell'offerta di formazione.

In Toscana é questa la direzione che ci pare sia stata prescelta. Ampliamento dei soggetti in grado di assicurare un'offerta di formazione (tra soggetti pubblici e privati impegnati nell'attuazione delle politiche formative siamo oramai vicini al migliaio), sviluppo di logiche di rete (attraverso la promozione di consorzi e di ati), potenziamento della funzione di programmazione delle istituzioni, creazioni di nuove articolazioni dell'offerta formativa (dagli IFTS, ai circoli di studio), ricorso sistematico ai bandi per l'assegnazione dei finanziamenti e per la chiara determinazione degli obiettivi degli interventi, costruzione di un sistema regionale di formazione a distanza (il sistema TRIO, il primo a base regionale), impulso all'introduzione di forme di gestione della qualità della formazione e di assistenza e monitoraggio hanno costituito gli assi caratterizzanti scelte politiche che hanno fatto fare passi da gigante al sistema.

 

L'accesso

E qui veniamo ad un nodo essenziale. Se la questione dell'offerta richiama la libertà di formare e, quindi, il diritto di tutti coloro che intendono assumere il ruolo di formatore a farlo a parità di condizioni, senza sconti per nessuno, quella dell'accesso fa invece riferimento alla "libertà di apprendere in libertà". Si tratta di comprendere che vi sono due diversi concetti di giustizia distributiva nella formazione, da non confondere: il primo si limita a riconoscere il diritto individuale ad usufruire di prodotti determinati (i corsi della 626 sulla sicurezza nei luoghi di lavoro, ad esempio), il secondo tende invece ad attribuire all'individuo il massimo di poteri di scelta e determinazione ed a creare le condizioni per l'accesso alla formazione. Il primo diritto da solo ha poco senso oggi, in una società post fordista. Esso oltretutto lascia troppi spazi alle manipolazioni dei decisori. E' rispetto alla seconda concezione di libertà che si misura la vera volontà di democratizzazione e di affermazione delle libertà individuali anche sul terreno della formazione.

La questione dell'abbattimento delle barriere economiche alla partecipazione costituisce senza dubbio un ostacolo. In Toscana sono stati introdotti i vouchers anche nella formazione continua e, con particolare successo, nella formazione post laurea. Centinaia di persone hanno potuto proseguire i loro studi -nella regione, in Italia, in Europa- avvalendosi di un sostegno economico sostanziale. Già qui l'esperienza toscana si qualifica per aver introdotto un principio di libertà: la non limitazione dei percorsi di formazione ad un territorio, ad un sistema o ad alcune categorie di agenzie pubbliche o private.

Ma il nodo vero dell'accesso é costituito dal superamento di altri tipi di barriere. La più evidente é quella del tempo. Senza liberare il tempo per la formazione, senza che questo tempo venga riconosciuto come parte dell'orario di lavoro, nessun voucher potrà mai assicurare una giustizia distributiva nel settore. I permessi di studio retribuiti ed oggi la formazione generale esterna nell'apprendistato sono due esempi di come intervenire. Questo é il terreno concreto su cui si misura una moderna concezione di giustizia distributiva non solo rispetto ai lavoratori dipendenti (alti e bassi livelli), o agli imprenditori (grandi, medi, piccoli o microimprenditori), ma anche rispetto alle nuove figure di lavoratori atipici e super flessibili.

 

Democratizzare la formazione

Se partiamo dal punto di vista dei cittadini, la pura politica della domanda ha essa stessa un rilievo relativo. Il vero problema é porre in condizione tutti di esprimere la propria domanda di formazione. Per questo ci vogliono, ma non bastano, tutti i servizi più avanzati di informazione, orientamento e consulenza. E' necessario unire la formazione ai processi di liberazione e di superamento delle attuali condizioni di vita e di lavoro. Libertà di formarsi non significa libertà di accesso all'esistente e niente più. Per i più la libertà di accesso é un non senso se non si unisce ai concreti processi di trasformazione e di emancipazione: creare una attività produttiva, difendere l'ambiente, migliorare le condizioni di lavoro, cambiare lavoro, immaginare l'inimmaginabile. Per questo il problema é anche quello di democratizzare la formazione attraverso la rapida estensione dei poteri di scelta riconosciuti agli individui. La scelta dei momenti in cui entrare in formazione, dei contenuti, dei livelli, delle agenzie, dei metodi, dei percorsi, etc. e soprattutto di come contestualizzarla sono tutti poteri e libertà da restituire al singolo assieme al potere di compiere scelte oculate corrispondenti ai propri interessi di sviluppo intellettuale.

Anche qui non proponiamo principi astratti, ma riflessioni a partire dall'esperienza matuarata nel laboratorio toscano. Il modello introdotto nell'apprendistato -che da al giovane ampi poteri di scelta-, i modelli integrati introdotti nel campo della promozione e della successione di impresa -che mentre formano offrono misure di sostegno alla realizzazione del proprio progetti imprenditoriale-, o quelli introdotti in via sperimentale con alcuni strati di popolazione particolarmente disagiata costituiscono un concreto terreno di bilancio e sviluppo.

 

Conclusioni

Negli anni '70, quando iniziarono ad apparire le prime televisioni private, il dibattito fu interamente assorbito dalla contrapposizione tra la libertà di trasmettere dell'una o dell'altra emittenza. La questione non era priva di senso. Quello che sfuggì allora ai più fu la difesa degli interessi del pubblico della TV. Nella formazione non dovremmo commettere gli stessi errori se non vogliamo correre gli stessi rischi.

 

 

 

LLL - Focus on Lifelong Lifewide Learning
Rivista registrata presso il Tribunale di Firenze n. 5414 del 01 marzo 2005
Redazione: c/o Dipartimento di Scienze dell'Educazione dell'Università degli Studi
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