RIVISTA INTERNAZIONALE di EDAFORUM
ANNO 2 / N.6 - 30 ottobre 2006 - Orientamento ed educazione degli adulti
 

INDICE

 

 

 

 

ARTICOLI

AFFERMARE LE SPECIFICITĀ DELL'EDA PER FONDARE IL SISTEMA

Valerio Pensabene

Da quando è stata introdotta in Italia la nozione di lifelong learning, si è ingenerato un equivoco che ha provocato e continua a provocare confusione fra coloro che a vario titolo si occupano di Educazione degli Adulti.
Se con LLL ci si riferisce a tutto il corso della vita, possiamo immaginare una semiretta la cui prima parte corrisponde alla gamma completa delle offerte formative ordinarie, intese come opportunità per i giovani (disponibili e in parte “obbligatorie”), fra le quali vanno comprese anche quelle universitarie. Dato che non è l’età anagrafica a connotare la condizione di adultità di una persona, bensì piuttosto l’assunzione di responsabilità maturata nelle esperienze di vita e di lavoro, l’EdA si distingue dall’educazione ordinaria per la modalità dei rientri in formazione e si colloca nella seconda parte di tale semiretta.
Gli adulti e i giovani adulti che, dopo aver interrotto per qualunque motivo e a qualunque livello un percorso curricolare, intendono riprendere gli studi devono avere a disposizione nel loro territorio (v. Messaggio chiave n. 6 del Memorandum europeo) un Sistema permanente in grado di consentire loro, ogni volta che lo desiderino o ne abbiano la necessità per qualunque esigenza personale e/o professionale, di accedere al più ampio ventaglio di offerte formative, che andrebbero aggiornate possibilmente di anno in anno, predisposte sulla base di un’effettiva conoscenza del territorio e dei suoi bisogni, anche contingenti (ruolo del Comitato locale).
L’offerta formativa rivolta ai cittadini in età adulta deve fornire, in linea di principio, un percorso verticale (con le sue articolazioni orizzontali) dalla alfabetizzazione all’Università, utilizzando un complementare servizio di supporto per l’individuazione e la sollecitazione della domanda potenziale, il tutoring e l’accompagnamento, l’accertamento delle competenze,  l’orientamento formativo e/o professionale, la certificazione dei crediti.
Naturalmente non sempre sarà possibile venire incontro in modo esaustivo alle esigenze di ogni territorio e d’altronde non è indispensabile un unico luogo materiale per l’erogazione della gamma completa dei percorsi formativi possibili, tenendo conto della morfologia della nostra Penisola, va perciò approntata anche una rete virtuale (con sussidi telematici) che venga incontro alle difficoltà di accesso fisico alle sedi demandate all’EdA.
E’ ormai scontato che non ci si deve limitare ad una funzione meramente compensativa dell’EdA, che comunque perdurerà per un tempo non breve, visti i tassi di dispersione ancora piuttosto alti, rilevati nei corsi ordinari. Nello stesso tempo non è accettabile che l’EdA sia condizionata dai rigidi meccanismi della scuola ordinaria, in particolare per quanto riguarda la scuola superiore (serale). I percorsi che portano agli esami di stato devono essere costruiti sulla base di un congruo numero di moduli disciplinari da superare, utilizzando naturalmente gli eventuali crediti, e non sulla base di anni scolastici tradizionali. L’anno, che non può più essere “scolastico”, non deve essere condizionato dagli scrutini finali: l’accoglienza, l’inserimento nelle “classi”, le valutazioni intermedie, i passaggi di livello devono essere svincolati dalla scadenze ordinarie e resi fruibili in corso d’anno secondo calendari predisposti in modo autonomo dai Centri, in considerazione dei percorsi formativi degli utenti, della realtà specifica del territorio e delle eventuali urgenze locali, mantenendo tuttavi l’esame conclusivo di Stato in concomitanza con quello dei corsi ordinari per garantire lo stesso valore legale del titolo di studio.                      
Va definito il rapporto numerico “medio” sostenibile fra allievi e docenti così da stabilire un totale di utenti, per il dimensionamento di ogni Centro, commisurato ai docenti disciplinaristi + i tutor di accompagnamento + i tutor disciplinari + il personale di staff (docenti e ATA) + i collaboratori tecnici e amministrativi. Il personale in ogni caso deve essere sovradimensionato per consentire il regolare svolgimento di tutte le attività connesse al funzionamento del Centro, pena la riduzione alla sola attività didattica con la conseguenza di impedire lo sviluppo del servizio e il suo radicamento nel territorio.
I corsi serali sono gli eredi delle storiche scuole tecniche dell’800 che per oltre un secolo, con alterne vicende, hanno dato ai dipendenti delle grandi fabbriche la possibilità di rientrare in formazione per conseguire titoli di studio necessari al prosieguo della loro carriera professionale.

 

Con gli anni ’90 del secolo scorso è però mutato radicalmente lo scenario lavorativo del nostro Paese: si è conclusa ormai definitivamente la gloriosa stagione delle grandi fabbriche, con le loro masse  operaie da alfabetizzare e da diplomare. Nuovi processi socioeconomici e migratori, nuove esigenze di riqualificazione culturale e professionale, nuovi alfabetismi si sono aggiunti a quelli tradizionali, nuove categorie di cittadini chiedono di accedere alla formazione: il target è ormai quello di una grande varietà di fasce anagrafiche (dal minorenne al pensionato anziano) e sociali, con la presenza crescente di lavoratori atipici, di giovani drop out, di anziani attivi e di stranieri. Ciò significa che i Centri per l’EdA devono tener conto delle caratteristiche variegate della propria utenza e rimanere aperti “tutto il giorno” su tre fasce orarie principali (antimeridiana, pomeridiana e serale) e “tutto l’anno”, per consentire al maggior numero possibile di categorie sociali e professionali di partecipare alle lezioni,

 articolando il monte ore annuale del personale scolastico secondo turni didatticamente compatibili.

Gli interventi formativi devono essere diversificati, e tendenzialmente personalizzati, sulla base delle risultanze della fase di accoglienza e in ragione del patto formativo.
Centri di questo tipo presuppongono un livello di autonomia tale da consentire la programmazione e la gestione di attività che si distinguono per una sostanziale e riconosciuta peculiarità all’interno del sistema di istruzione; essi inoltre, pur consapevoli di non avere il monopolio dell’EdA, si dovranno presentare con un’identità forte alla prova del Sistema territoriale integrato, al quale garantiranno il carattere di continuità e stabilità indispensabile per un servizio di lifelong lifewide learning.
Nel contesto territoriale ci si dovrà impegnare per superare l’autoreferenzialità  radicata delle varie istituzioni ovvero bisognerà fare in modo che l’oggetto d’iniziativa settoriale venga riletto da ciascun attore locale in chiave sistemica secondo linee condivise, partendo dai bisogni locali, che sono i bisogni dei cittadini, prima di tutto, e quelli del mondo del lavoro. Questo non significa che si debba operare in modo esclusivo per l’occupabilità, che è certo fondamentale, ma che contemporaneamente si devono favorire l’integrazione e la coesione sociale, rimuovendo i fattori che favoriscono l’esclusione, per creare in sostanza le condizioni per consentire l’esercizio della cittadinanza attiva, in una comunità fondata sulla cultura dell’apprendimento permanente.
Il Decreto Legislativo 31 marzo 1998 n. 112 e soprattutto la Legge costituzionale n. 3 del 18 ottobre 2001, gettando le basi per un assetto federalista dell’Italia, hanno messo una forte ipoteca sulla gestione della formazione, che si caratterizzerà verosimilmente su base regionale e locale: piuttosto che a costruire un sistema nazionale, non più realistico alla luce della legislazione vigente, è allora meglio pensare ad un dispositivo interregionale di descrizione, valutazione, certificazione delle competenze e riconoscimento dei crediti.
La garanzia di una tutela dell’apprendimento degli utenti e della professionalità degli operatori, oltre alla possibilità di una mobilità interregionale con pieno riconoscimento reciproco, nell’ambito dei rispettivi Sistemi integrati, dei crediti formativi comunque acquisiti può essere assicurata da un organismo nazionale (che potrebbe essere il “vecchio” Comitato nazionale trasformato in Osservatorio delle dinamiche dell’EdA, rivisitato in chiave interregionale), che si preoccupi di predisporre opportune procedure di monitoraggio e valutazione in rapporto agli standard minimi fissati a livello centrale, in questo modo si potrebbe garantire non solo il controllo della regolarità del servizio, ma soprattutto il rispetto degli standard a tutela della qualità della formazione rivolta a cittadini in età adulta spesso deprivati culturalmente. 
Poiché il processo effettivo dell’integrazione si realizza nel loro tessuto socioeconomico e culturale, grazie alla progressiva presa di coscienza che si sta affermando presso le comunità locali che vogliono garantirsi un futuro di sviluppo, possibilmente senza dimenticare il proprio passato,

l’EdA si deve porre prima di tutto come un servizio sociale sul territorio.
Si deve ribaltare la prassi corrente dell’offerta a favore della domanda. Molto spesso, soprattutto per quanto riguarda l’educazione formale, si tende a presentare un’offerta, magari ampia e articolata, che però si ripropone nel tempo in modo pressoché identico, rischiando di ritrovarsi obsoleta e inadeguata alla promozione dello sviluppo umano ed economico delle comunità locali. E’ indispensabile quindi partire dalla domanda e predisporre gli strumenti per cogliere quali sono i bisogni reali del territorio, in molti casi inespressi da un’utenza spesso poco consapevole che non riesce ad accedere con le sue forze alle fonti informative.
I compiti assegnati ai nuovi Centri, per la loro complessità e delicatezza, esigono la presenza di un organico funzionale stabile ed altamente qualificato, in grado di dare continuità al servizio. Ciò presuppone un maggior investimento sulla formazione ad hoc del personale e la certezza delle risorse, con un forte coinvolgimento delle Parti sociali. Nello stesso tempo vanno ridefinite le modalità per il reclutamento dei docenti, che, in base alla specifica competenza disciplinare e alla esperienza professionale maturata preferibilmente nel campo dell’EdA, devono essere selezionati, previo apposito corso di formazione, e devono accedervi a domanda ottenendo la garanzia di un incarico almeno triennale in cambio di un’assunzione di responsabilità professionale specialistica.
Si tratta di razionalizzare ed ottimizzare la gestione delle risorse umane (anche nell’ottica di favorire la didattica modulare, l’attività di accoglienza, l’eventuale riorientamento, il tutoring e lo scambio dei docenti) e di quelle strumentali e logistiche, mettendo a disposizione del territorio un POF condiviso, ampio e diversificato.
L’esperienza e le buone prassi registrate in questo campo consentono già oggi di andare verso la sperimentazione di Progetti Pilota per CTP polifunzionali, così come i partenariati e la stretta collaborazione fra soggetti che si occupano di EdA hanno reso ormai mature le condizioni per giungere ad un assetto territoriale che, in un’ottica di sistema integrato, risponda ai bisogni delle comunità locali per sostenerne lo sviluppo civile, economico e culturale: occorre semplicemente, per cominciare, che le singole  Regioni ottemperino agli adempimenti da loro sottoscritti con l’Accordo del 2 marzo 2000.

 

 

 

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