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Come cambiano le strategie dei laureati per far fronte all’incertezza radicale della loro incipiente carriera? E come si articolano simili strategie in un mercato del lavoro in profondo riassetto? Queste sono alcune delle domande a cui cerca di rispondere il libro di Maura Franchi “Mobili alla meta”.
La collocazione nel mondo del lavoro, con la laurea in tasca, è il punto forse più critico dell’intero arco professionale. È in questa fase che prende forma un percorso che si apre alle opportunità e al successo, o viceversa sfocia in una immissione in ruoli subalterni, difficili da modificare.
L’autrice, attraverso un’elaborazione attenta dei dati forniti da Alma Laurea, ci offre un’analisi dettagliata dei percorsi e delle strategie che i giovani intraprendono per raggiungere la meta dell’occupazione “stabile”.
Il legame tra percorso di studi e destino professionale è oggi più debole che in passato. Sempre meno la laurea si associa all’esercizio di una determinata professione a cui il titolo consenta l’accesso in modo diretto. Ciò significa che il possesso di un determinato titolo di studio non è un requisito sufficiente per l’esercizio di una professione, tanto meno è garanzia di un ingresso nel lavoro in una posizione qualificata. Inoltre si sono venute allungando le trafile di ingresso nella maggior parte delle posizioni professionali tradizionalmente associate alla laurea, sia in relazione al lungo tempo impiegato per conseguire il titolo, sia per la tendenza ad allungare il periodo formativo successivo. Inoltre, i laureati si trovano oggi di fronte ad una vasta gamma di professioni meno legata al titolo di studio e sono, quindi, maggiormente sottoposti alla necessità di operare scelte relative al proprio futuro lavorativo.
Premesso ciò, l’autrice al concetto di “ingresso al lavoro”, sostituisce quello di “transizione”, inteso come quel periodo più o meno lungo durante il quale le persone trovano le collocazioni nel mercato del lavoro, caratterizzato da alta mobilità (molteplici esperienze nel mondo del lavoro e formazione) e da un certo livello di sperimentazione nella costruzione dell’identità adulta e professionale.
Nella figura della transizione non vi è un evento puntuale, ma una serie variamente combinata di eventi, di esperienze, di prove e di scelte che conducono ad un esito che rappresenta il proprio personale punto di equilibrio tra aspettative ed opportunità, tra i desideri e i vincoli di varia natura con cui un individuo si trova a fare i conti. L’esito, pertanto, si colloca in un ambito di equilibri multipli che si costruiscono durante la transizione e dipendono dalle esperienze effettuate, dalle risorse disponibili, ma anche dai progetti di vita personali.
Durante le transizioni niente resta statico, tutto è in movimento: le capacità maturano alla prova con gli ambienti di lavoro, ma cambiano anche i desideri, si precisano meglio le preferenze. Si viene a compiere una ricerca dell’occupazione, ma anche una ricerca della propria identità adulta.
Nel volume viene posto l’accento sul fatto che le dinamiche che si delineano durante la transizione scuola-lavoro riflettono la complessità dei fattori in gioco, fattori che acquistano una più chiara intelligibilità nel caso in cui si sposti il punto di osservazione sul percorso e non ci si limiti a misurare gli esiti occupazionali.
I giovani laureati, durante la fase della transizione, attraverso esperienze di varia natura, designano ed esprimono comportamenti strategici più o meno compiuti e coerenti. Strategie che, secondo l’autrice, assumono un ruolo cruciale durante l’ingresso nel lavoro e si rivelano una chiave di lettura importante per distinguere i percorsi.
Il concetto di strategia viene qui collocato a metà strada fra un approccio tutto centrato sui condizionamenti e uno tutto centrato sulla libertà dell’azione individuale e consente di introdurre il valore dell’esperienza compiuta durante il percorso. Per queste ragioni l’autrice propone di definire le scelte compiute come strategie condizionate, le quali non prescindono dai vincoli di diversa natura che gli individui hanno di fronte, e come strategie adattive fondate su processi di apprendimento, compiuti attraverso l’esperienza.
Tutto ciò conferma il paradigma delle carriere esterne. Con tale espressione l’autrice intende dire che le variegate forme di lavoro instabile, attraverso cui passano i giovani dopo l’uscita dal sistema formativo, costituiscono momenti successivi verso condizioni di lavoro via via più soddisfacenti, tappe di un percorso al termine del quale è per tutti concreta la prospettiva dell’occupazione dipendente a tempo indeterminato oppure di un lavoro autonomo effettivo. Quindi, i percorsi compiuti durante la transizione danno luogo per i laureati, in un tempo più o meno breve, ad esiti di stabilità.
Ma l’autrice mette in evidenza che non tutti i percorsi hanno gli stessi esiti: le probabilità di inserimento nel lavoro non sono equamente distribuite, ad influenzare intervengono i titoli di studio conseguiti, l’area di residenza, il capitale culturale della famiglia, il genere.
Ed è proprio il carattere aperto degli esiti a riportare in primo piano la rilevanza di politiche in grado di sostenere i percorsi, rafforzando le doti necessarie per muoversi sul mercato, intercettare le opportunità, capitalizzare gli apprendimenti e costruire strategie coerenti con gli obiettivi