RIVISTA INTERNAZIONALE di EDAFORUM
ANNO 2 / N.5 - 30 giugno 2006 - EDA E (IM)MOBILITA'
 

INDICE

 

 

 

 

RECENSIONI

Duccio Demetrio, Autoanalisi per i non pazienti. Le scritture dell'inquietudine, Cortina, Milano, 2004

recensione di Maria Ermelinda De Carlo

La società moderna del “quieto vivere” e del benessere con i suoi errori e i suoi orrori ci impone la normalità. Essere normali significa essere “sani”, essere calmi, possedere cioè quella stabilità che gli inglesi chiamano “self control”.

Nel nostro mondo non c’è posto per chi è inquieto, per chi vive l’eterno dramma di Sisifo, nella disperata illusione di fissare la propria vita e il proprio essere in una forma “pre-confezionata”.

Vivere, tuttavia, è moto, la calma è apparenza, ed è proprio dietro le “cose troppo quiete” che spesso si celano perversioni e bugie.

Il testo di Demetrio si pone come un “omaggio alle menti inquiete” e guarda alla pena dell’anima come ad una virtù, nel tentativo di indurre gli inquieti a riappropriarsi finalmente del diritto di esistere.

Attraverso un percorso organizzato in base all’analogia con il teatro, il volume sviluppa così il dramma dell’uomo inquieto e incompiuto per natura, ma che il  mondo si ostina a volerlo a tutti i costi definito e perfetto, senza mai farlo diventare se stesso.

Non può dunque per l’autore chiamarsi paziente “chi soffre di un’intelligenza che senza posa indaga, chi cerca i turbamenti dell’anima che insegnano a non temere il dolore”, chi vive quotidianamente la sfida di non dimenticare mai. La tristezza è una quarta dimensione sospesa, necessaria ad accettare di non capirsi.

L’autoanalisi diventa un mezzo salvifico per l’uomo che nel duello tra io che cerca e io che vuole celarsi tenta una ricostruzione archeologica del proprio sé. L’autoanalisi è l’arte di chi sceglie la scrittura per risvegliare le passioni, in quanto passioni di esistere, assumendosi l’onere del proprio sentire.

“Con la penna in mano gli inquieti stanno meglio e si saziano”.
Scrivendo infatti si trasforma l’angoscia in speranza e guardandola negli occhi si supera così la sofferenza e si leniscono le ferite più profonde.

Attraverso la scrittura, fatta di parole inudibili o leggibili, “alterata da quel po’ di letteratura che ogni scrittura personale stempera nelle pagine”, s’impara a ri-amare e a ri-accettare la vita che appare ricca di significazioni e di senso.

La scrittura, che sempre implica un’autoanalisi, sviluppa nell’adulto un tipo particolare di intelligenza legata alla voglia di vivere, di sperimentarsi, di “compromettersi pur di sentirsi”.  L’uomo diventa un “esploratore di soglie” e, portato a riflettere, accetta in quel momento il rischio di vivere, riscattando se stesso e rivendicando il diritto di avere un io. Rivive emozioni, positive e negative, si scopre multiplo, diverso, ma pur sempre autentico.
Solo chi non sa interrogare se stesso, il suo “altro” non sa riconoscersi, non sa pensarsi, non può immaginarsi e, come Narciso, muore.

Certo scrivere non serve a placare le ansie, spiega l’autore, ma a provare ad esistere in un’altra forma, “fa in modo che il senso di isolamento, il vuoto di cui sono compagni inseparabili, si trasformino in una sopportabile solitudine esistenziale”(F. Pessoa).

L’autoanalisi non cura: autoanalisi è scoprire che l’esistenza può diventare educativa quando davanti ad un foglio bianco ci costringe a salire e a scendere da un palco, ora come spettatori, ora come interpreti. La vita non finisce se può diventare scrittura.

“Dobbiamo ogni onore”, per Demetrio, a coloro che dalla società sono stati archiviati, rinchiusi, disinfettati, catalogati come folli; a coloro che per primi non si fermano e non si accontentano mai di sopravvivere.
Loro ci insegnano a rassegnarci all’inquietudine e a viverla come una risorsa, come un potenziale dell’animo umano, a renderci conto che “è un morbo dal quale è meglio non guarire”, per non diventare davvero “pazienti”, ammalati di vivere vite di altri, “correttori della propria vita costantemente in bozza”.

 

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