RIVISTA INTERNAZIONALE di EDAFORUM
ANNO 2 / N.4 - 30 gennaio 2006 - Politiche per l'educazione degli adulti: proposte
 

INDICE

 

 

 

 

TESI A CONFRONTO

Donne e dimensione della cura tra pubblico e privato Una lettura pedagogica

Lucia Intonti (Universitą degli Studi di Foggia)

Se fino a pochi anni fa l’educazione degli adulti rappresentava un’offerta formativa rivolta ai soggetti che, pur non frequentando regolarmente e a tempo pieno la scuola, si impegnavano in maniera continuativa in attività organizzate allo scopo di qualificare le proprie conoscenze, in relazione alle esigenze del mercato del lavoro, attualmente, invece, l’educazione degli adulti è parte integrante delle prospettive e delle politiche di governo improntate al cambiamento e all’innovazione. Pertanto, viene definita come l’insieme dei processi di apprendimento, formali o informali, attraverso i quali gli individui, considerati adulti dalla società di appartenenza, sviluppano le loro abilità, arricchiscono le loro conoscenze e migliorano le loro competenze tecniche o professionali, orientandole in funzione dei propri bisogni e di quelli della società (Alberici, 2002).

Questa nuova concezione dell’educazione degli adulti ha inciso profondamente anche nel processo di emancipazione delle donne. Nel corso degli ultimi decenni del secolo scorso, infatti, si sono verificati cambiamenti radicali nella condizione femminile ed è indubbio che la formazione abbia contribuito a determinare “i nuovi soggetti femminili” e a stabilire un nuovo modello di genere. Per secoli lo sviluppo culturale delle donne è rimasto bloccato e in parte si è impoverito in un ordine simbolico che non appartiene affatto al genere femminile. Per troppo tempo le donne hanno vissuto  il disagio di una condizione esistenziale subordinata al privato e di totale o parziale esclusione dal settore pubblico, per cui si sono trovate ad operare in una realtà sociale e in un mondo culturale che ha stabilito regole e ha determinato logiche secondo parametri tipicamente maschili. In un tale contesto di subordinazione e di reale prevaricazione di un sesso sull’altro, le bambine e le giovani donne, nella loro evoluzione fisica e psicologica, hanno dovuto riconoscersi ed accettarsi secondo una logica esterna che stabiliva per loro, a seconda dei casi, o modelli femminili, subordinati e deboli, a misura d’uomo, o modelli femminili, emancipati e forti, ma in realtà ugualmente omologati al genere maschile (Becchi, Julia, 1996).
Questa situazione è rimasta pressoché invariata fino all’inizio del secolo scorso, ovvero fino a quando sono state poste le basi per un reale avvio dell’istruzione obbligatoria di base. Il processo di alfabetizzazione ha rappresentato una tappa nuova nella costruzione dell’identità femminile, modificando i comportamenti e l’esistenza di molte donne. In tal modo ha cominciato ad avviarsi quel processo di emancipazione femminile, tuttora in atto, che tanto peso ha avuto e continua ad avere nella costruzione di nuove identità femminili improntate sul riconoscimento del valore della differenza (Gilligan, 1987).
Alla luce di queste considerazioni si intende mettere in risalto il nuovo ruolo che le donne possono assumere all’interno dell’attuale società, sia nell’ambito privato che in quello pubblico. È evidente che la vita delle donne adulte sia enormemente cambiata: attualmente i tempi di vita delle donne non sono connessi esclusivamente con l’ambito della cura e con quello domestico, come è stato in passato, ma si estendono ad una pluralità di contesti, primo fra tutti quello professionale. Per descrivere le condizioni di vita delle donne adulte si fa spesso ricorso alla metafora del patchwork , soprattutto in virtù delle indicazioni che suggerisce sulla “flessibilità” delle esperienze di vita delle donne in una società complessa come quella attuale. Più precisamente, la metafora del patchwork fa riferimento alla capacità femminile di “mettere insieme”le diverse risorse, di “dare ordine e senso” all’organizzazione quotidiana attuando il “trasferimento” del lavoro di cura all’ambito professionale e conferendo estremo valore alla cura come risorsa professionale( Balbo, 1982). Numerosi sono gli inganni e le ambiguità legate ad una concezione che definisce “naturale” la propensione femminile alla cura degli altri. La “naturalezza” che accompagna l’attività di cura ha reso una “virtù minore” la pratica e l’esperienza delle donne, perché le ha escluse dalla vita culturale e dalla sfera pubblica, oppure ha riservato loro, in questi ambiti, spazi secondari (Bocchetti, 1995).
Quando le donne entrano nel mondo del lavoro portano con sé le capacità proprie del mondo della cura, a partire da quelle quotidianamente messe in atto e praticate nel lavoro materiale della casa.
Ciò che, invece, va rivalutato nel mondo del lavoro è il valore della dimensione della cura e non il lavoro di cura in sé.
La dimensione della cura, infatti, essendo una risorsa utilizzabile da tutti e trasversale sia al lavoro  delle donne sia a quello degli uomini, rende possibile un terreno comune di incontro, una serie di relazioni di fiducia e di attenzione, in cui le ricerche di donne e uomini possono trovare spazi di convivenza e di autonomia, affinché ciascuno e ciascuna sappia collocarsi in una rete, seppur flessibile e in continua trasformazione, di reciproche dipendenze(Mapelli, 2001).
Si tratta di risorse molto importanti che possono essere sfruttate pienamente dalle donne, ma anche dagli uomini e dal mercato del lavoro in generale.
Sono competenze “trasversali” che le donne possiedono in misura maggiore, ma che non sanno ancora come valorizzare e come dare loro visibilità. Molte delle competenze di base necessarie per il mercato del lavoro, attualmente attraversato da profonde trasformazioni, sono piuttosto vicine alle caratteristiche del “modo di produzione” femminile (Isfol, 1994).
Il rischio che si corre è che queste competenze vengano svalutate perché per le donne sono considerate innate o comunque si crede che possano essere apprese velocemente. Utile, a tal proposito, appare l’attività di orientamento che, ormai, non si caratterizza più solo come strumento finalizzato a maturare nei giovani le scelte fondamentali, ma è destinato ad accompagnare l’iter formativo e lavorativo di ciascun individuo per favorirne il processo di apprendimento e di conoscenza di sé, in termini di attitudini professionali, motivazioni e aspirazioni. L’autovalutazione, il riconoscimento delle competenze acquisite, la capacità di raccolta, di decodifica e gestione delle informazioni, le competenze decisionali e progettuali, quelle di problem solving sono condizioni indispensabili per una connessione fra gli individui e la società. Non sono più soltanto i titoli di studio e le esperienze lavorative documentate dai curricoli professionali a garantire la padronanza delle necessarie competenze, ma anche le capacità di tipo relazionale e quelle relative al saper assumere responsabilità, progettazione, decisione e negoziazione. In tal senso le donne possono costituire la componente dell’offerta potenzialmente “avvantaggiata” sul piano delle competenze trasversali fra cui particolare importanza assumono le competenze del prestare attenzione, del rappresentarsi, dell’interpretare e del decifrare e sul piano delle competenze relazionali tra cui particolare importanza rivestono le capacità di riconoscere sé e l’altro, di ascoltare, di cooperare, di esprimersi con un linguaggio adeguato al contesto, proprio in virtù del patrimonio di esperienza che deriva loro dalla cura familiare e dai percorsi formativi che hanno sviluppato prevalentemente nel campo dei servizi (Nicotra, 2002).
Per queste ragioni è indispensabile che si diffonda un nuovo orientamento: quello di un’educazione alla cura, che favorisca nei soggetti - uomini e donne – lo sviluppo delle capacità trasversali e che si offra quale sostegno formativo per l’apprendimento di nuove forme di organizzazione del lavoro, disponendo i soggetti a cooperare per meglio affrontare e risolvere le problematiche della società complessa (Mapelli, 1997).
Parlare di genere nel mondo del lavoro non significa solo promuovere una cultura che assicuri alla donna gli stessi spazi lavorativi e di carriera dell’uomo, ma significa soprattutto valorizzare il soggetto e le sue risorse nel rispetto del genere -maschile e femminile- e creare opportunità di crescita e di sviluppo sia individuali sia collettive. Le competenze trasversali che ogni donna possiede, anche se non sempre valorizzate, assumono un ruolo chiave in questo contesto, poiché rappresentano quel valore aggiunto delle risorse umane che diventano così fattore di competitività per le imprese e che fanno capo a un intreccio ormai indissolubile tra dimensione cognitiva, dimensione emotiva e dimensione socio-relazionale (Loiodice, 2004).

Bibliografia di riferimento

AA. VV., Il libro della cura di sé, degli altri, del mondo, Rosenberg & Sellier, Torino 1999.
Alberici A., L’educazione degli adulti, Carocci, Roma 2002.
Balbo L., Ricomposizioni, Franco Angeli, Milano 1982.
Becchi E., Julia D., Storia dell’infanzia, vol. I, Laterza, Roma-Bari 1996.
Bocchetti A., Dell’ammirazione, Incontro al Congresso annuale della Federazione nazionale casalinghe, Fiuggi, 15 maggio 1995.
Gilligan C., Con voce di donna, Etica e formazione della personalità, Feltrinelli, Milano 1987.
Iori V., La cura di sé nell’ambiente educativo, Relazione per il seminario di presentazione del progetto ministeriale “Educare alla cura”, Genova, dicembre 1997.
ISFOL, Competenze trasversali e comportamento organizzativo. Le abilità di base per il lavoro che cambia, Franco Angeli, Milano 1994.
CISEM-GENDER (Seminario organizzato a cura del) “Riforma della scuola e accordo sul lavoro: politiche e culture di pari opportunità”, Milano 23 giugno 1997.
Loiodice I., Non perdere la bussola. Orientamento e formazione in età adulta, Franco Angeli,
Milano 2004.
Mapelli B., Una materia di nome cura, in “Thema”, dicembre 1997, n.2.
Nicotra M., Pianeta lavoro: donne protagoniste dello sviluppo locale, www.donneinviaggio.it, 21/11/02.
Pinto Minerva F., La scuola in mano alle donne o le donne in mano alla scuola?, Dibattito, in “Nuova D.W.F.”, n.2, 1977.
Ulivieri S., Educare al femminile, ETS, Pisa 1995.
Woolf V., Le tre ghinee, Feltrinelli, Milano 1980.

 

 

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