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Educazione per tutto il corso della vita e, si potrebbe aggiungere, della vita di tutti: non solo la dimensione individuale, soggettiva dell’apprendimento viene considerata nell’interessante e denso contributo di Bruno Schettini, ma anche la dimensione collettiva, imprescindibile in una società che decreta il sapere come sua caratteristica essenziale. E che per questo pone non poche questioni da un punto di vista pedagogico: la moltiplicazione dei saperi in una prospettiva necessariamente interculturale, la crescita della conoscenza sotto il profilo scientifico, ma anche la carenza di scienza nell’affrontare l’esponenziale sviluppo della componente tecnologica della nostra società, che può determinare lo schiacciamento del processo conoscitivo in termini di un re-skilling, prospettiva sicuramente importante, ma non esclusiva. Nella cosiddetta “economia dell’intangibile”, investire in conoscenza appare un imperativo: un imperativo che può tradursi nell’ansia di formare un uomo “all’altezza dei tempi”, in un contesto che pur in nome di una assolutamente imprescindibile “occupabilità”, interpreta la centralità del conoscere come modo per rispondere in forma adeguata e concreta agli adattamenti che le trasformazioni del mondo produttivo richiedono all’uomo contemporaneo. La lettura di queste trasformazione e l’interpretazione delle esigenze di adattamento dell’uomo rischiano di essere indirizzate ad un’idea riduttiva di sviluppo all’interno della quale la formazione diventa funzionale al mondo della produzione. Se il sapere guida la produzione, è volano di sviluppo economico e la conoscenza è fattore di ricchezza, si può assistere infatti ad un paradosso per cui il sapere finisce per produrre, indurre nuovi bisogni e non per soddisfare bisogni. In questo senso l’apprendimento invece di ingenerare empowerment, può diventare fonte di emarginazione: gli stessi processi che conducono alcuni alla creazione di conoscenze, pongono altri in condizione di inferiorità, di dipendenza, soggetti a condizionamenti.
Così se da una parte appare evidente la necessità di quel “re-skilling”, in termini di apprendimento di nuove tecniche, per un costante adeguamento alle trasformazioni legate all’innovazione tecnologica e ai più complessi e articolati processi economici, dall’altra parte diventa impossibile prescindere da una formazione che consenta di acquisire le conoscenze e le competenze necessarie alla costruzione di nuove mappe per la vita. L’idea di formazione come investimento sulla cosiddetta “risorsa umana”, implica che vi sia qualcuno che tale risorsa utilizza, ma che in realtà non dovrebbe essere altri che il soggetto stesso che deve diventare gestore del proprio processo di apprendimento. Altrimenti si può perdere di vista il significato delle azioni educativo/formative e il loro valore in termini di emancipazione, di strumento per sviluppare capacità individuali e collettive di direzione e controllo sui processi di trasformazione. Riportare l’attenzione sulla dimensione formativa implica anche una diversa considerazione dei tempi e dei ritmi che impone il “governo” dell’informazione, orientato alla velocizzazione, all’accelerazione: nell’idea di tempo “ristretto” che le nuove tecnologie, ma anche l’economia, presentano, lo sviluppo della conoscenza chiede di avvenire in maniera sempre più veloce, senza la corretta considerazione dei tempi e dei ritmi della formazione, che devono essere i tempi e ritmi dell’apprendimento. “Se è l’apprendere che comanda, scopriamo facilmente quanto inevitabile sia la sua continuità: l’apprendimento è continuo per la sua stessa natura, per le sue stesse leggi e niente affatto può esserlo in ossequio a leggi di mercato. Così la formazione che si dispone a sottomettersi a leggi di mercato quanto a contenuti e forme, e che tende a velocizzarsi, a comprimersi, finalizzarsi non può non pagare il prezzo dell’apprendimento: non può non tradire l’apprendimento (e dunque la conoscenza) essendosi posta al soldo dell’informazione” .
La centralità non deve essere della performance o comunque del prodotto che dalla conoscenza deve derivare, ma del processo che l’investire in conoscenza deve sostenere, in termini di educazione all’emancipazione, all’autonomia, alla consapevolezza riflessiva, alla partecipazione attiva nella società. Sono del resto rilevanti il questo senso le sollecitazioni che provengono anche dai documenti internazionali, cui l’Autore si richiama e a cui viene dedicata nel volume l’appendice curata da Filippo Toriello. Nel documento “Insegnare e apprendere - Verso la società conoscitiva” viene in più punti sottolineato come la missione fondamentale dell’istruzione sia aiutare l’individuo a sviluppare tutto il suo potenziale e diventare un essere completo e non uno strumento per l’economia, per cui considerare l’istruzione e la formazione in relazione alla dimensione dell’occupabilità non significa ridurre gli interventi ad un’offerta di qualificazioni professionali, ma deve tradursi nella promozione e sostegno dello sviluppo personale. . Già a partire dalla scuola che deve saper porre in primo piano le mappe cognitive attraverso le quali ogni individuo dovrà interpretare e utilizzare i contenuti, le competenze e i saperi particolari che lo accompagneranno nel corso della sua esistenza civile e professionale e questo sarà possibile solo se il know how principale sviluppato dalle istituzioni scolastiche sarà quello di una guida per apprendere ad apprendere, per disciplinare e moltiplicare le occasioni di apprendimento nel corso di tutta la vita. La definizione di Società della Conoscenza deve dunque collegarsi al concetto di educazione per il corso della vita. Dove la preposizione “per” sembra voler richiamare una funzionalità, ma anche la forza e l’urgenza di un luogo, l’educazione appunto, che possa diventare “luogo epistemologico, teoretico, ma anche politico, di ripensamento dell’azione educativa … ricondotta dentro un progetto del sè” , che non sia autocentrato, ma in grado di costruirsi attraverso l’apertura all’altro, di proiettarsi verso l’esterno nella gestione consapevole di un farsi.
La chiave di volta di un’educazione per il corso della vita è il soggetto, individuale ma anche collettivo: un soggetto ‘trasformatore’, da mettere in condizione di formarsi, non di “adattarsi” ai nuovi compiti che i cambiamenti economici, sociali e culturali richiedono. Uno slittamento concettuale che consente di passare dalla considerazione di un progetto educativo intenzionale comunque esterno, e spesso estraneo al soggetto in formazione, ad un processo necessariamente dinamico gestito dal soggetto. Rilevante e significativa diventa l’assunzione di una interpretazione del concetto di apprendimento permanente per superare, ampliare una visione puramente economica della formazione o alla dimensione esclusiva dell’istruzione degli adulti, per porre al centro dell’attenzione i processi dell’apprendere durante l’intero corso della vita e nei diversi contesti. Nella prospettiva del lifelong learning, così come la formazione degli individui non può trovare una definizione chiusa in rapporto a uno spazio o un tempo particolare della vita, neanche può essere ricondotta ad uno scopo specifico che non sia lo sviluppo del soggetto.
Porre al centro l’uomo, il soggetto e la dimensione dell’apprendere come condizione naturale, impone un diversa impostazione del problema all’interno della quale non sia lo sviluppo economico ad orientare i processi formativi, ma siano piuttosto questi ultimi a direzionare lo sviluppo affinché questo sia sostenibile. L’attenzione all’apprendimento può assumere un nuovo significato che va oltre il valore strumentale del conoscere finalizzato alla creazione di prodotti materiali e assegna alla conoscenza un formidabile valore propulsivo non solo dal punto di vista culturale, ma anche sul piano dello sviluppo sociale, sostenibile ed inclusivo, e sicuramente anche sul piano dello sviluppo economico.
Nello scenario di una società nella quale i saperi e la competenza si presentano come forze potentissime di inclusione o esclusione, di sviluppo o di gestione globalizzante delle risorse umane, appare dunque determinante la necessità di affermare il ruolo dell’educazione come processo di empowerment, funzionale a rendere i soggetti capaci di attribuire valore alle proprie conoscenze e di gestire la propria formazione, anche in termini , come già accennato, di capacità di trasformazione delle condizioni stesse di formazione e quindi, di fatto di trasformazione sociale.
E’ su questi temi che i sviluppa la riflessione dell’Autore, richiamando i fondamenti epistemologici dell’educazione in età adulta e ripercorrendo i fondamenti storici di una riflessione pedagogica, ma soprattutto centrando l’attenzione sull’importanza di una concezione dell’educazione permanente, all’interno della quale proprio il concetto di “permanente” non indichi la condizione contingente dell’apprendere, ma la sua valenza ontologica, legata al significato del processo di apprendimento per l’esistenza stessa dell’uomo, che necessariamente proietta la riflessione nel complesso contesto della società globale attuale.
Giovanna Del Gobbo