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La stretta connessione tra saperi formali, informali e non formali e la presenza di bisogni formativi differenti, ma sempre più interpendenti tra loro, rendono più arduo, rispetto al passato, l’identificazione delle specificità di ciascun settore all’interno del sistema di Lifelong learning. Ciò premesso, nel riflettere sulle specificità dell’Educazione degli adulti, riconosco i seguenti tre aspetti: il piacere, la gratuità e la cittadinanza.
Il termine “piacere”, citato anche nel memorandum europeo sul Lifelong learning, sta ad indicare un apprendimento legato agli interessi e alle curiosità delle singole persone e quindi “gratuito”, perché non necessariamente finalizzato al lavoro o al proseguimento degli studi. Il termine “cittadinanza” lo collego al fatto che qualsiasi percorso formativo all’interno dell’Educazione degli adulti deve aiutare a sviluppare le conoscenze, la consapevolezza e il sapere critico indispensabili all’esercizio attivo dei diritti di cittadinanza, a far sì che ogni individuo sia in grado di partecipare e di compiere scelte consapevoli. Caratteristiche che non necessariamente sono presenti, ad esempio, nei percorsi di formazione sul lavoro.
Se queste sono le specificità dell’EDA, ne derivano due conseguenze. La prima è l’ampia gamma di potenziali utenti cui si fa riferimento – in teoria tutti i cittadini adulti della Repubblica italiana; la seconda, l’ampia gamma di soggetti pubblici e privati che inevitabilmente devono essere coinvolti.
Per quanto riguarda gli utenti, la loro potenzialità è connessa al fatto che, come avviene in tutti i paesi industrializzati, sono i cittadini con titoli di studio medio alti che rientrano in percorsi di formazione in età adulta, mentre ne sono spesso esclusi i cittadini con bassi livelli scolastici, disoccupati e a rischio sociale. Se, infatti, fino ad una decina d’anni fa, c’era una corrispondenza tra domanda e offerta, perché si trattava soprattutto di “risarcire” attraverso i corsi d’alfabetizzazione e di licenza media le persone espulse precocemente dalla scuola dell’obbligo, attualmente domanda e offerta convergono soprattutto sulle persone scolarizzate, anche nel settore pubblico come i CTP, dove continua a crescere la presenza d’utenti con titolo di studio medio alto – il 60,73% nel 2003 – interessati soprattutto ai corsi brevi d’inglese ed informatica. Il diritto alla formazione in età adulta è ancora, in larga misura, negato alla maggior parte delle fasce più deboli della società – i drop out, gli immigrati, i lavoratori a rischio disoccupazione, i lavoratori con basse qualifiche. Un diritto quindi negato due volte, da ragazzi e da adulti.
Un fenomeno preoccupante se confrontato con gli alti tassi d’analfabetismo presenti nel nostro paese e con gli obiettivi posti da Lisbona 2010 per quanto riguarda il tasso di partecipazione degli adulti a percorsi formativi e il numero di diplomati.
Esiste, quindi, una priorità politica che è quella d’intercettare l’utenza “debole”, che non rientra spontaneamente in formazione, attraverso la predisposizione di tutta una serie di misure, al giorno d’oggi ancora deboli e sporadiche, connesse all’informazione, all’orientamento verso le diverse opportunità formative e al tutoraggio. Esiste contemporaneamente la necessità di ripensare le modalità d’erogazione dei percorsi formativi, le pratiche didattiche e le professionalità necessarie per organizzare e realizzare percorsi d’apprendimento degli adulti finalizzati all’inclusione culturale, e quindi sociale e professionale, d’ogni persona e all’acquisizione di un titolo di studio superiore o di una qualifica.
Ne deriva, infine, un ruolo irrinunciabile dello Stato e del pubblico teso a garantire l’esigibilità del diritto individuale all’educazione per la vita, a definire le politiche prioritarie e a favorire i percorsi formativi che rispondono alle priorità date. Ma ne deriva anche il ruolo fondamentale che i soggetti privati giocano nel settore EDA, soprattutto per quanto riguarda la formazione connessa agli interessi e curiosità individuali, che lo Stato e il pubblico devono favorire e, all’intero delle possibilità finanziarie, sostenere in una logica di rete, evitando, come avviene attualmente, sovrapposizioni e omologazione dell’offerta formativa, e sprechi di risorse.
In questo quadro, quali sono i punti prioritari di un programma per il diritto alla formazione e all’educazione per tutta la vita?
Sul fronte dei diritti, le priorità consistono nel
Sul fronte della programmazione e pianificazione
Sul fronte dell’offerta formativa
Gli obiettivi di scolarizzazione della popolazione adulta, nella società della conoscenza, devono diventare l’acquisizione del diploma o di una qualifica e la possibilità di proseguire la propria formazione anche nell’istruzione superiore. Si tratta di individuare modalità che aprano sempre più le sedi formative a tutte le forme d’educazione degli adulti e di formazione continua. In questo campo, i terreni più critici e con maggiori potenzialità inespresse sono senz’altro le scuole serali e le università. Occorre, quindi, individuare gli strumenti normativi e/o amministrativi e contrattuali necessari a provocare un allargamento e una trasformazione radicale delle attuali scuole serali, e impegnarsi perché anche le Università divengano, come in altri paesi europei, dei soggetti decisivi per l’alta formazione per gli adulti.
In pratica, occorre:
Non si tratta di portare i CTP e i corsi serali al di fuori del sistema d’istruzione, ma di dare loro una configurazione, un’identità istituzionale che ne sottolinei le specificità e consenta loro di essere interlocutori credibili nel rapporto con l’esterno. Penso ad istituti deputati all’educazione degli adulti in cui sono offerte tutte le tipologie di attività formative, comprese quelle finalizzate all’acquisizione del diploma, dotate di un proprio capo d’istituto, di propri organi collegiali, e soprattutto di autonomia e certezza finanziaria e in grado di svolgere i corsi su più sedi per meglio raggiungere i potenziali utenti.
Non si tratta di demonizzare gli attuali corsi brevi, peraltro essenziali ai fini dell’acquisizione per tutti di linguaggi ormai fondamentali, ma di inserirli in un percorso di formazione più lungo che sfoci almeno all’acquisizione di una qualifica o di un diploma, il livello minimo di scolarizzazione richiesto al giorno d’oggi per evitare il rischio di esclusione sociale ed economica.
Ciò significa uscire dalla logica della classe, riformare i percorsi di scuola secondaria serale dando loro la stessa flessibilità e autonomia professionale di cui godono i CTP, ripensare le professionalità di chi lavora in questo settore, definendo i profili e le competenze necessarie per le azioni di orientamento, tutoraggio, analisi dei fabbisogni, prevedendo una formazione specifica in ingresso ed eliminando l’alto tasso di precariato.
Non si tratta di regionalizzare l’EDA, ma all’interno di una legge quadro nazionale che definisca gli indirizzi, le risorse, gli standard e le modalità di monitoraggio e valutazione, affidare alle regioni e agli enti locali i compiti di progettazione e programmazione, gestione e valutazione. Solo se i territori assumono il ruolo loro affidato dalla Bassanini e dalla stessa riforma costituzionale, è possibile dare risposta ai bisogni formativi di quelle fasce di utenza che normalmente non hanno alcuna forma di rappresentanza. Solo una progettualità territoriale può, ad esempio, costruire efficaci percorsi di recupero dei ragazzi espulsi dalla scuola media, in un logica di integrazione tra le diverse agenzie formative e le istituzione, in grado di progettare percorsi formativi individualizzati. Ciò significa che la gestione delle risorse sia economiche sia umane deve essere affidata al livello regionale e locale, individuando gli strumenti opportuni anche per quanto riguarda la contrattazione a livello locale.
Gabriella Giorgetti ( FLC CGIL Nazionale)